12 febbraio 2007

Ho sempre viaggiato solo, con fatica.

Non piove e non c'è vento, e la polvere rimane a terra. Ad ogni ruota che corre sull'asfalto in viaggio verso chissà dove, la polvere si alza, volteggia, si posa sui rifiuti e sulle erbacce, e ricade a terra. Come morta.

I miei giorni e le mie notti si susseguono con rapidità, tutti molto uguali, e mi lasciano poche, sconsolanti certezze. Io credo che arrivi un punto nella vita in cui si crea un baratro insuperabile tra il proprio presente e il proprio passato. E mentre fino a qualche tempo fa era facile saltare dall'uno all'altro e rivivere, anche se per poche ore, la mia vita (quasi) spensierata di figlio, di studente o di soldato, oggi (metafora temporale: diciamo da qualche tempo) questo salto non è più possibile, e la mia vecchia vita la posso vedere solo da lontano, come dal finestrino di un treno che si allontana.

Così si acquisiscono poche, dolorose consapevolezze: ho impiegato gli ultimi dieci anni per persuadermi che la vita è un viaggio che si intraprende soli o, meno frequentemente, in cattiva compagnia. In nessun caso e per nessun motivo posso sperare di contare su qualcuno, al di fuori di me stesso. Io, nella vita mia e in quella degli altri, sono un viaggiatore solitario, con il mio bagaglio leggero, e la testa bassa. Ho sempre viaggiato solo, con fatica.

Ieri notte, domenica notte. Si alza un po' di foschia sulle mie finestre. Le mie misere cose perdono i loro miseri contorni. Tanto meglio, penso.

Girandomi da fianco a fianco, ho due soli desideri da esprimere: riuscire a far sgorgare una lacrima da questi miei occhi aperti nell'oscurità, e che questo giorno, questo terribile giorno abbia fine.

La sorte, buona o cattiva che sia, mi nega il primo: è destino che da questo mio cuore di pietra non si cavi una goccia di sangue.

Il tempo segue il corso naturale, e si porta via queste ultime, scellerate ore che mi separano da un'altra alba, esaudendo il mio piccolo, povero, secondo desiderio.