23 maggio 2006

In ricordo di Gian Razeto.

Il mio weekend genovese è iniziato così, con una bellissima fotografia di Gian che lo scorso dicembre è andato a gettare le sue reti in cielo.
Dice la dedica, scritta dalla moglie sul retro della foto:

Caro Pippo, dove il campanile tocca il ponte ho pescato questo bel dentice.

Gian era proprio così e così sarà sempre ogni volta che il mio pensiero andrà a lui: bello come il sole, la pelle color cuoio e quegli occhi che erano diventati blu a forza di guardare il mare.
È bello ripensare a Gian che il mattino presto, di ritorno dalla pesca, tira in secco il gozzo stinto, calza gli zoccoli e mostra il suo trofeo.
Un sera, avrò avuto 14 o 15 anni, passai sotto la sua casa di Sori e lo vidi, come spesso faceva, con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra, al primo piano. Mi disse: "Vieni su, che stamattina ho preso un gronco", e io salii. C'era sua moglie in cucina, con quel bel sorriso di mamma. Ci sedemmo a tavola, e mangiammo il gronco fresco di giornata e bevemmo birra allungata con la gazosa. Poi, Gian si mise alla finestra a fumare, e io accanto a lui. Guardavamo la strada, e di lontano il mare. Ogni tanto passava un suo amico, e si salutavano con un cenno. Non c'era bisogno di tante parole.
Non potevo essere più fortunato.