23 gennaio 2007

[Recensione] Joe R. Lansdale, La notte del Drive-in.

Un anno fa lessi l'antologia di racconti Maneggiare con cura, e mi scompisciai dalle risate. Lansdale, invero, riuscì anche a commuovermi e stupirmi, segno che la penna in mano la sa tenere. Ho iniziato qualche giorno fa La notte del Drive-in, che raccoglie le due novelle Drive-in e Drive-in 2 (i drive-in, non si fosse capito, sono una delle magnifiche ossessioni dello scrittore texano).
La notte è teoricamente un libro horror, e gli elementi ci dovrebbero essere tutti: mostri, cannibalismo, omicidi, pellicole assassine e pure i dinosauri. Tuttavia, gli elementi orrorifici sembrano più che altro un contorno folkloristico alle vicende dei protagonisti, che nulla hanno dell'eroe senza macchia e senza paura: anzi, ogni loro azione si rivela un fallimento, ogni loro tentativo coraggioso termina con fughe e spaventi. Sono personaggi intrappolati, invischiati, incollati in una brutta situazioni su cui non hanno alcun controllo. Ma daranno fondo alla loro fantasia per salvare, almeno, la pelle.
Se la prima parte scorre veloce come un ruscello in primavera, tra battute caustiche, caricature di bifolchi campagnoli e stigmatizzazione del razzismo, la seconda novella è un po' più lenta e troppo didascalica, con continui riferimenti al cinema e un'atmosfera troppo surreale per coinvolgere un lettore razionale come me.
Nel complesso La notte è un buon libro, forse privo di quei momenti indimenticabili che Maneggiare con cura mi aveva regalato, ma si legge con piacere perché non si prende mai sul serio, nemmeno nel finale, che l'autore inventa per canzonare gli happy end di tanta fiction nel genere horror.
A Lansdale riconosco due grandi doti: scrivere a ruota libera e con molta libertà; e la capacità di inventare metafore che riescono a descrivere una situazione complicata o uno stato d'animo difficile in una riga o poco più. N. Ammaniti, che firma la postfazione, arriva a dire che varrebbe la pena di imparare a leggere solo per leggere Lansdale. Magari includerei anche Proust e Céline e Saramago e qualcun altro. Ma tant'è, cannibale era, cannibale è rimasto.