03 ottobre 2005

Perché Roma.

Con questo articolo si conclude la trilogia delle città sull'acqua (Amsterdam, Genova, Roma)


Poco dopo Grosseto, i pini marittimi ai bordi dell'Aurelia diventano una presenza importante, maestosa. E' questo il primo segno che si sta per arrivare a Roma. E poi il vento: abbassando il finestrino dell'auto dopo ore di autostrada e traffico, entra un vento leggero che sa di mare.


Roma non è sul mare. Per vedere il mare c'è Ostia con le sue pinete e le strade dai nomi nuovi, inconsueti: Via Polinesia, Via Molucche. Ma Roma è sull'acqua e l'acqua è una presenza costante, quasi a significare lo scorrere del tempo: un fluire lento come quello del Tevere e dell'Aniene o creativo, come l'acqua dalle mille fontane di Roma.


C'è un'altra corrente che attraversa la città: è la sua gente. A me piace ascotare quello che dice la gente, mi piace passare accanto alle persone, lentamente, e cercare di carpirne i discorsi. La parola Roma è frequente, quasi una necessaria autoaffermazione di chi la abita. Un'affermazione, a volte un po' gridata, dell'essere romani, ovvero parte della storia fondante d'Italia, che piaccia o no.

E allora è facile imbattersi in modi di dire e in scritte che hanno fatto della romanità una religione laica e divertita, che ha i suoi sacerdoti nelle guardie del corpo che aspettano appoggiate alle Mercedes, nei coatti che sfrecciano in scooter, nei commercianti abbronzati del centro.

Ma il cielo è sereno, e tutto si sopporta meglio, soprattutto il traffico. C'è quest'aria fresca che alleggersice tutto, rende i passi più sereni, spensierati.

L'acqua scorre anche dal cielo: una pioggerellina fitta prende il posto del blu del cielo, e scende sottile ma tenace. Di passo in passo, recito - per quel che ricordo - i versi di D'Annunzio:

piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri