29 dicembre 2004

Fuori luogo.



Da tempo mi rode un tarlo: perché sulle confezioni di preservativi è riportata la scritta:

"Tenere in luogo fresco e asciutto"

quando l'unica speranza relativa a questo prodotto è ottenere l'esatto contrario?


Averepaure.



Giovanni Fiorentini, Claustrofobia, tecnica mista su tela.

Ieri sera mi sono concesso un trattamento estetico -- in mancanza di un miracolo -- e ho avuto la conferma definitiva: soffro di claustrofobia.

Chiuso in una angusta stanzetta, alla mercé di un misterioso macchinario luminescente, ho accusato inequivocabili sintomi di disagio: ansia, sudorazione, tachicardia. Col dito pronto a premere STOP, ho aspettato da eroe la fine della passione.

Considerando che:

  • soffro di vertigini già dal terzo piano;
  • soffro di agorafobia;
  • devo lavarmi spesso le mani;
  • mi innervosisco nel traffico;
  • temo l'imminente fine del mondo;

forse è tempo che chieda a Woody Allen il nome del suo dottore.

23 dicembre 2004

Pensierino natalizio.


Il libro decimo dell'Odissea ci racconta dell'incontro di Ulisse con la Maga Circe la quale, con un filtro magico, trasformò in porci l'eroe e i suoi compagni.

Se un giorno entrassi nel palazzo della Maga, le negherei il piacere di provare ancora i suoi artifici: con me, ogni ulteriore trasformazione sarebbe impossibile.

Oink.


16 dicembre 2004

Sulla poesia.



Denis Diderot sosteneva che la poesia deve avere in sé qualcosa di barbarico, vasto e selvaggio.

Per quanto mi riguarda vorrei dichiarare che questo qualcosa è la capacità di vergognarsi di se stessi. Per questo, ho da tempo rassegnato le mie dimissioni da ogni forma d'arte.

Devo solo ricucire i pezzi del mio animo, poi sarò nuovamente un uomo presentabile, e apparentemente virtuoso.

14 dicembre 2004

Gli occhi degli altri.

Ricevo, e volentieri pubblico, qualche intrigante e competente commento alle mie fotografie.
Mi affascina sempre scoprire le differenze tra l'intenzione del mio sguardo e quanto lo sguardo degli altri vede nel mio.
Un grazie all'animo sensibile dell'amico GZ.

settimo_02
02
la pace chiusa da un cancello
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koala stanco ovvero casa diroccata
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sosta notturna con freccia bianca per terra
13
alberi smagriti in campo di concentramento

san_mauro_01
scheletro di 1 passaggio nella foresta fluviale

walking in milan
milano_st_0024
incosciente attesa seduto in realtà virtuale

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instabilità spaziale

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i 2 commerci, solitudine e passaggio anonimo in rosso

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solitudine e inseguimento del desiderio

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mutilazione di automi per il lusso

07 dicembre 2004

Se il buon giorno si vede dal mattino.



Stamattina stavo facendo colazione (caffè nero non equosolidale, biscotti e succo d'arancia Zuegg) mentre Rete4 trasmetteva un programma sulla salute.
La scena era questa: il professore di turno, in camice bianco e calvizie d'ordinanza, cercava di spiegare non so quali problemi legati alla tiroide.
Ad accompagnarlo nell'arduo compito, uno sconosciuto presentatore con pesante inflessione romana ("A professo', e mo' che je dimo ar pubbrico de 'sta tiroide? Possen star tranquilli?") e una valletta, apparentemente muta.
Per rendere il quadro più credibile, al dottore era stata affidata anche una paziente su cui mostrare le zone del corpo interessate: la ragazza, in posizione clinica (ovvero sdraiata su apposito lettino), era vestita di un microscopico due pezzi da spiaggia, direi corredato di V-string.
Chiome biondo platino, fisico da p o r n o star, una quarta abbondante resa imbarazzante dalla temperatura presumibilmente fresca dello studio, se ne stava in posa abbozzando sorrisi e guardando in macchina, mentre l'anziano professore farfugliava di sistemi linfatici e ormoni T2 con l'occhio che scappava di frequente verso quell'invitante e morbido decolletée.
Il presentatore, compreso nel proprio ruolo, ammiccava compiacente e compiaciuto.
Pubblico mattiniero in deliquio, share in miglioramento, sponsor sorridenti e generosi.
Dopo un paio di minuti era migliorato anche il mio umore. Volete mettere con la cruda realtà della Finanziaria o del conflitto in Medio Oriente?


02 dicembre 2004

Dopo la grande OUVERTURE


Gli ultimi, febbrili minuti prima dell'inaugurazione di OUVERTURE sono serviti per completare l'allestimento , curato con semplicità ed efficienza dal vate che, forbici e nastro adesivo in tasca, saltava su e giù dalla scala come uno stambecco del Gran Paradiso.

All'arrivo dei primi ospiti mi sono sentito emozionato come alla recita di Natale delle elementari. Anzi: di più, considerando che ho fatto l'asinello per cinque anni di fila.

"Colgo qualcosa di neotopografico", ha suggerito un IAFiner di manica larga, guardando le mie ciba. Aspettavo la consegna del Gongolo da un momento all'altro. Perché ad appendere ad un muro e mostrare una propria opera, un lavoro di cui, nel bene e nel male, si è artefici, fa salire quel po' di vanità e di immodestia cui siamo invece costretti a rinunciare nella vita di tutti i giorni, sovente fatta di riti, abitudini, e doveri.

Al di là del narcisistico piacere, la soddifsazione collettiva era tangibile, palpabile. Un po' di sincera ammirazione nei visitatori era percepibile. Le tartine e il prosecco erano piacevoli.

Era passata la mezzanotte quando, con gli ultimi, ho lasciato il Soundtown. Ubriachi di parole e di immagini più che di alcool. E di fronte a tanta grazia, a tanta buona sorte, in mezzo a questa notte torinese molto Cahiers du Cinéma, non ho potuto esimermi dal domandarmi: "Che cosa si potrebbe desiderare di più?"

Fuori, in corso Vittorio, il consueto spettacolo notturno che mi ha riportato indietro ai tempi in cui vivevo a un metro dai Murazzi: sirene, pantere che sgommano, palette fuori dai finestrini.

Ecco. Anche l'ultimo desiderio, espresso a voce bassa, è stato esaudito.

Photo: courtesy of G.Z.

30 novembre 2004

[OUVERTURE] Lampi Fuori.

Con un mood misto di agitazione, soddisfazione e paura, sto facendo il conto alla rovescia.

Domani sera al Soundtown di Torino inizia la mostra collettiva OUVERTURE cui dò piccolo contributo.
Non è come postare su i.a.f. e attendere i commenti più o meno seri degli IAFiners, sperando che siano costruttivi e non i soliti flame. E' qualcosa di più intenso, è un mettersi in gioco più complesso, sfidante. Vedremo.

Nel frattempo ho aggiornato la sezione Fotografia inserendo alcuni scatti fatti in una periferia durante una tiepida notte d'estate.

Il che mi porta ad un doloroso confronto con l'attuale situazione metereologica a Torino: è giorno, ma sembra notte. E, soprattutto, piove, piove, piove.


25 novembre 2004

Benvenuti.



Spesso è la prima parola che leggiamo quando stiamo per entrare in casa di qualcuno.
La troviamo scritta sullo zerbino, accanto al campanello o sulla porta.
Poi, in genere, varchiamo l'uscio. Ed entriamo.
Voglio darvi il benvenuto: dopo qualche lavoro di ristrutturazione, questa è la nuova casa delle mie idee, la mia piccola officina delle invenzioni, il luogo dove esporre i miei pensieri. Benvenuti: entrate.
Ho cercato di dare spazio ad una passione cui, ultimamente, riesco a dedicare più risorse, la fotografia.
Restano, con qualche ritocco grafico, le raccolte di poesie che molti di voi conoscono.
Ce ne saranno presto di nuove, pubblicate "in corsa", perché non c'è davvero più ragione (editoriale, tipografica) di aspettare un corpus completo.
Questa prima pagina, costruita in forma di blog, raccoglierà gli aneddoti e le riflessioni in una forma semplice, comoda da aggiornare e in cui tutti possono partecipare inserendo commenti.
Grazie di aver letto questo righe.
I link in alto a destra vi porteranno nelle sezioni principali del sito.
Buona navigazione.

Pippo Piersantelli

03 aprile 2004

La luce fioca della lampada di Foer.



Jonathan Safran Foer
Ogni cosa è illuminata

Guanda, 2002

L'ho avuto in dono, copia personale di una lettrice entusiasta che ha detto È davvero un bel libro, divertente, ironico, diverso... Leggilo!

Raccoglievo in quei giorni pareri simili, e concordi: è un romanzo di profonda rottura con gli schemi narrativi e stilistici usuali, e il giovane Foer è un ragazzo geniale.

Messa da parte una volta tanto la mia proverbiale diffidenza verso i libri che si devono leggere perché li stanno leggendo tutti, ho affrontato l'opera prima di Foer, e ho trovato subito conferma in una voce comune: le prime 50 pagine sono dure da digerire. È stata in effetti una lettura lunga, travagliata, interrotta, con pochi, rari momenti di convinto piacere, fino al giungere all'ultima riga, e spegnere la luce.

Ogni cosa è illuminata non mi è piaciuto, e per due ordini di motivi.

In primo luogo non ritengo che vi sia alcunché di rivoluzionario nei registri e nello stile adoperati: a favore di molti predecessori di Foer (scomoderemo Joyce), il vantaggio temporale e una maggiore statura giocano un ruolo di rilievo.

La finzione del doppio narratore - con lo sbilanciamento verso l'ucraino Alex - non regge e annoia e stanca, col suo incedere difficoltoso ma disomogeneo nel tentativo di imitare l'inglese scritto da un russo. E non reggono i dialoghi, troppo lunghi e in stile così libero (capoversi in corsivo) da disorientare il lettore fino all'effetto del chi sta dicendo che cosa.

Secondariamente, la struttura narrativa articolata a flashback è artefatta e poco funzionale e sembra dirci di uno scrittore che ha premura di mettere tutte le cose al posto giusto. Il risultato sortito è una giustapposizione un po' ruffiana di elementi che non devono mancare di uscire dalla penna di uno scrittore americano di cultura ebraica che si rispetti: e allora vada per il recupero delle tradizioni centro europee, vada per un umorismo yddish che sa di mandato a memoria, vada per la saga familiare dove pare esserci posto solo per personaggi caricaturali (ma non privi di una certa intuizione creativa), vada infine per l'immancabile flusso di ricordi sulla Shoah. Ed è quest'ultimo aspetto che maggiormente mi irrita, come tutti i tentativi di salire sul treno di un dolore che sempre raccoglie consensi.

Foer è un rampollo della hi society newyorkese e non ha saputo esimersi dall'accodarsi a quel meraviglioso club, con Chaim Potok in testa, che ha fatto della cultura e della sagacia ebraica un momento altissimo della letteratura contemporanea, pur non avendone ancora le qualità e l'esperienza. Lo ritengo pertanto un inizio presuntuoso, un parlare di ferite sanguinanti per convenienza, non per convinzione. Che cosa ci insegna questo romanzo? Qual è la luce che dovrebbe illuminare le piccole cose di ogni nostro giorno? Ritrovare nel passato il senso del nostro presente? Senza approfittare dell'Olocausto, ricordo un gigantesco Piovene che, ne Le stelle fredde, fa apparire dalla nebbia il fantasma di Dostoevskj...