17 agosto 2010

Kenda Nevegal DTC, Stick-E.

Kenda Nevegal
Verso le fin troppo celebrate e note coperture di casa Kenda nutrivo un misto di scetticismo (troppo marketing?) e curiosità, così ho deciso che per la mia Giant era tempo di lasciare le superleggere Small Block 8 (mi hanno dato grandi soddisfazioni) e passare a coperture più grasse.
Ho preso una DTC (dua thread compound, a doppia mescola, morbida ai lati e più dura al centro) per la ruota posteriore e una Stick-E (mescola più morbida che dovrebbe funzionare come una sorta di schiuma di sospensione) alla ruota anteriore, entrambe 26x2.1.
Senza indugi, ho preso il pass per il Kona Bike Park di Crans Montana (CH) e mi sono addentrato subito (con una front?) sulla pista nera (che non ha nome), e poi l'ho fatta tre volte perché il divertimento non mancava.
Una sorpresa. Lo scetticismo da troppo entusiasmo è stato spazzato via da una bella sensazione di grip su qualunque superficie e terreno (compatto, smosso, pietre, radici, erba ecc.)
Sgonfiate appena un po', tengono davvero bene, sia in rettilineo che in curva. Si scende in tutta sicurezza. C'è un prezzo da pagare, ma è alla portata di tutte le tasche: la resistenza al rotolamento è avvertibile, seppure sempre contenuta. In salita si fatica certamente di più rispetto alle Small Block 8 da 1.95, ma la differenza è sostenibilissima.
L'entusiasmo di forum e riviste, pur con la sua componente pubblicitaria, non è certo campato in aria e si capisce perché queste coperture siano così popolari in discipline diverse, dal cross country al downhill.

10 agosto 2010

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini.

Sono in genere restio a leggere i best seller all'indomani della loro pubblicazione o, ancor peggio, in seguito a premi letterari che spesso si sono attirati (giustamente) critiche e perplessità, ma ho tratto un grande piacere dalla lettura di Canale Mussolini, primo classificato al premio Strega 2010.
La trama, arcinota per il molto spazio dedicato da stampa e crititca, è la storia di una grande famiglia contadina che dal Veneto emigra (per fame, per necessità, ripete spesso l'autore) in centro Italia per partecipare alla bonifica dell'Agro Pontino.
La coinvolgente epopea familiare dei Peruzzi è quasi un pretesto per narrare la storia d'Italia dallultimo governo Giolitti alla Liberazione; in una parola, per parlare dell'Italia fascista dal punto di vista della vita quotidiana della povera gente. La famiglia Peruzzi, invero molto fascista ed attivista fin dalla fondazione dei fasci a Milano, partecipa ai grandi momenti della nostra storia (dalla prima guerra mondiale alla marcia su Roma alle imprese coloniali del Ventennio fino al secondo conflitto) con un cospicuo tributo di figli (legittimi e non) e con un determinismo ineluttabile di chi ogni giorno lotta per la sopravvivenza più che per un'idea.
L'Italia del fascismo è visto quindi attraverso gli occhi dei capofamiglia e delle donne, figure centrali, di questi cispadano trapiantati in mezzo a paludi, zanzare, malaria e propaganda di regime, curvi sulla terra coltivata a mezzadria o per realizzare, pietra dopo pietra, l'opera in cui tutti, dai romani a Napoleone, avevano prima d'allora fallito: bonificare la sconfinata piana dell'Agro Pontino per costruirvi nuove città.
Ma non v'è, tra queste pagine, un tentativo revisionista né la nostalgia del Ventennio, sia detto per chiarezza. Le ultime pagine, memorabile descrizione della liberazione dai nazisti (prima amici e il giorno dopo nemici da combattere), una pagina drammatica e caotica del nostro passato recente, danno forse la migliore interpretazione di quei giorni dal punto di vista del popolo, quello vero, per il quale la terra e le bestie sono gli unici e più preziosi averi, da difendere con la vita, se necessario.
Per Canale Mussolini Pennacchi adotta un registro stilistico interessantissimo, una sorta di monologo con uno sconosciuto interlocutore, contaminando la scrittura con moltissime espressioni del dialetto veneto (tra le migliori: prendersi "la vaca e i vitei" per intendere di maritare una donna che ha già avuto figli naturali da altri uomini, ma ce ne sono a dozzine). La caratterizzazione dei personaggi principali e minori è sempre precisissima, quasi caricaturale.
Un libro da leggere, al di là delle legittime polemiche sui premi letterari e l'influenza delle case editrici.

16 luglio 2010

Anteprima impianto frenante idraulico Ashima PCB (PanCake Brake)




Questa è la prima parte (di due) della recensione dell'impianto frenante idraulico a disco per mountain bike Ashima PCB, recentemente lanciato sul mercato italiano dal costruttore taiwanese. La seconda parte consisterà in un test vero e proprio che sarà condotto in una località di montagna e sarà pubblicate nelle prossime settimane.

Atteso da lungo tempo, il sistema frenante idraulico Ashima PCB - acronimo che significa PanCake Brake - è finalmente arrivato sul mercato italiano (uno dei più importanti per il costruttore taiwanese)..
Si tratta di un sistema frenante innovativo in quanto all'interno delle pinze i pistoncini sono stati sostituiti da speciali diaframmi che, azionati dal fluido compresso dalla pompe, spingono le pastiglie sulla superficie del disco.
Secondo il costruttore, i diaframmi presenti negli Ashima PCB imprimono una forza equivalente a quella esercitata da pistoncini da 21 mm di diametro e non sono affetti da problemi che comunemente si riscontrano nei freni idraulici quali lentezza o "stickyness" del movimento dei pistoncini e aumenti di temperatura durante la fase di frenata.
Inoltre, Ashima PCB è probabilmente il sistema idraulico più leggero in circolazione: il freno anteriore completo pesa 195 gr, una vera manna per i grammo-maniaci della mountain bike.
I freni sono forniti pronti per funzionare, con il fluido DOT4 nel circuito, spurgati, testati e rodati.
Sono incluse le nuove pastiglie Ashima SOS che presentano tre strati di mescola (sinterizzata ai lati e organica al centro); la disposizione della mescola consente di diminuire la quantità di calore trasferito dalla pastiglia alla pinza nella fase di frenata, garantendo al contempo una migliore potenza frenante.

Per le caratteristiche tecniche ed estetiche qui sommariamente descritte, i freni Ashima PCB sono indicati principalmente per uso in cross country e marathon dove ad un peso molto contenuto si dovrebbe associare (e a noi il compito di verificarlo) una buona potenza frenante, modulabilità della frenata e durata anche in uso prolungato. Al momento non ci sono indicazioni per l’utilizzo dei PCB in ambito gravity, dove non si sta a guardare il grammo ma per contro servono standard di robustezza molto elevati. Anche la lunghezza dei tubi rendono l’impianto d’elezione per una bici front da XC leggera. Non è tuttavia escluso che in futuro Ashima affianchi ai PCB impianti dedicati alla pratica del freeride e del downhill; tuttavia attualmente questo prodotto è consigliato per uso cross country.



Ma passiamo ad una delle attività più divertenti che accompagnano ogni gadget e componente nuovo: l’apertura della scatola. Il packaging si presenta estremamente curato; la confezione in cartoncino bianco, chiusa con una fascetta sagomata, ricorda molto le prime confezioni degli Apple iPod: la scatola si apre in due metà, una contenente un rotore da 160 mm con razze della nuova serie e l’altra l’impianto frenante (anteriore con leva a sinistra o posteriore con leva a destra) accuratamente posizionato e fascettato in modo da non muoversi.






Circa il diamentro dei rotori, 160 mm sono considerati, anche a parere di chi scrive, più che sufficienti per ottenere buone prestazioni frenanti con un peso sempre ridotto. Nulla impedisce che possano essere provate combinazioni differenti: chi è particolarmente attento al peso potrebbe montare 140mm al posteriore e 160mm all’anteriore, chi cerca una frenata più reattiva si potrebbe orientare su una combinazione 160mm rear e 180mm front.
L’impatto estetico dell’impianto è notevole e molto aggressivo, come chesi era già potuto apprezzare dalle immagini pubblicate sul sito Ashima: il gruppo leve-pompe presenta forme prominenti e un collarino con viti e spessori di colore rosso; sulla leva è presente la vite di regolazione della distanza. Il serbatoio è dotato della vite di spurgo.



Il design delle pinze è particolarmente azzeccato: di colore brunito e dall’aspetto solido, sono circondate da un condotto ad alta pressione di colore rosso che fanno molto tuning. Le membrane che agiscono sulle pastiglie sono contenute da anelli assicurati al corpo della pinza mediante viti. Il tubo idraulico è inserito con attacco dritto a vite.



Nelle pinze è inserito uno spessore in gomma, dotato di una linguetta di estrazione, per evitare che le pastiglie si muovano accidentalmente nelle operazioni di montaggio, premendo la leva della pompa. Come vedremo, questo accorgimento ci darà del filo da torcere.


Completano la dotazione un manuale in lingua inglese, molto dettagliato nelle procedure di montaggio, collaudo e addirittura spurgo, e il report del test effettuato sullo specifico componente, con tanto di esiti e grafici.
Ricchissima di accessori la confezione, come si addice ad un prodotto di fascia così alta: sono forniti 6 viti torx in acciaio, un adattatore PM-IS, 4 bulloni per adattatore, ogiva e innesto per tubazione idraulica e anche una brugola da 1mm. Con una chiave torx (o anche il solo inserto per cacciaviti) il bundle sarebbe stato perfetto. 
Diverso discorso con i rotori colorati: le combinazioni diametro-colore possibili sarebbero troppe per essere fornite già in specifiche scatole, è più sensato comprare a parte il rotore del colore e della dimensione che meglio si addice alla propria bici.
Una volta sballato il prodotto passiamo, iniziamo a predisporlo per il montaggio. Anche se si dovrebbe aspettare l’ultimo momento, proviamo ad estrarre il distanziale dalle pinze, ma questo è vincolato dallo stesso perno che tiene le pastiglie, e il perno a sua volta è chiuso da un minuscolo forcellino di metallo (il diametro è così sottile che se si perde non si può sostituire con nulla). Inoltre la gomma morbida dello spessore aderisce fortemente alla superficie delle pastiglie. Il manuale di istruzioni non riporta alcuna indicazione su come procedere per cui si segue il buonsenso: con un po’ di fatica e usando le unghie si sgancia il forcellino e quindi si estrae il pernetto di metallo. Tirandolo verso l’esterno, lo spessore in gomma porta con sé le pastiglie e la molletta, evento forse inatteso ma che ci permette di guardare da vicino la novità introdotta da Ashima, ovvero i diaframmi che sostituiscono i pistonici.





A questo punto è possibile rimontare le pastiglie, la molla, il perno e il forcellino che, a dispetto dell’apparente fragilità, si incastra fortemente sulla sommità del perno. Il nostro impianto Ashima PCB è pronto per essere montato sulla bici.




Difetti riscontrati nei prodotti in esame: nessuno.
Possibili miglioramenti: sostituzione distanziale di gomma con equivalente in plastica non vincolato al perno oppure inserimento di specifiche istruzioni di estrazione del distanziale nel manuale in dotazione. Fornitura di almeno un forcellino di ricambio.

Copyright Giuseppe Piersantelli. Tutti i diritti riservati. E' possibile utilizzare il seguente testo e linkarlo da altri siti previo consenso dell'autore. La fonte va comunque citata.

13 luglio 2010

Freeride in Val di Fassa.

Un bel portale dedicato al turismo  nel Trentino ha appena pubblicato un lungo articolo, con tanto di immagini e video, sulle attività estive nella Val di Fassa. A circa 3/4 della pagina compare anche un mio testo (con foto) sul bike park di Pozza di Fassa Buffaure e sull'avvicinamento alle discipline gravity. Avevo scritto il pezzo in un post che raccontava, appunto, la mia prima esperienza di freeride con un accompagnatore di Fassabike.com.
 
Il video mostra moltissimi scorci della Val di Fassa. Al minuto 19 circa ci sono bellissime riprese del bike park.

11 giugno 2010

Si torna a suonare in sala, i miei due cents.

Ieri sera, dopo alcune migliaia di anni, sono tornato a suonare in sala prove per un tentativo di trio acustico con lineup ridotta all'osso: voce femminile, basso e chitarra acustica. Ridotta all'osso anche la dotazione della sala. Si era ampiamente sotto il minimo sindacale: mixer Gino Behringer e un paio di casse attive che lasciamo stare. L'ampli per il basso era momentaneamente assente. Abbiamo lasciato un messaggio dopo il bip.
Comunque, qualche impressione tecnica negativa (non musicale):
  1. posso solo migliorare;
  2. posso solo migliorare (lo ribadisco a scanso di equivoci)
  3. le 10-47 sono corde da signorine; vanno bene forse a casa, ma se serve un minimo di volume e dinamica si deve salire con qualcosa da uomini (tipo 12.52)
  4. l'uscita XLR della mia Ibanez EW è... a proposito, che cos'è esattamente più dell'uscita 3.5?
  5. se l'impianto PA della sala non è decente, collegare un'acustica o un basso può sortire effetti indesiderati anche gravi.
Ma anche qualche considerazione positiva:
  1. con il compagno di merende avevamo imbastito le strutture abbastanza a piombo e anche senza sezione ritmica ci abbiamo azzeccato pause, attacchi e stacchi.
  2. dove servivano volumi più soft (ergo, il PA non andava in crisi), il suono è stato soddisfacente.
Fermiamo qui i facili entusiasmi che portano sempre un po' sfiga e, soprattutto, vediamo se si potrà scrivere il capitolo 2.

08 giugno 2010

Sono cazzi loro, sono.

Laura Antonelli prima, Helmut Beger dopo. Lino Banfi e il Corriere a perorare cause.
Hanno avuto agi, ricchezza, fama, pubblico, e hanno sperperato tutto. Buttato nel cesso. In anni in cui era anche più facile rimanere ricchi.
Adesso pure il vitalizio? Glielo vogliamo portare di persona? Glielo facciamo portare da un precario disoccupato con lauree e titoli che non trova uno straccio di impiego retribuito? O da uno delle migliaia licenziati di questa crisi che intanto non c'è (ah, no, adesso c'è)?
Ripetere il titolo ad libitum.

04 giugno 2010

Somiglianze.

Il Corriere, sempre bene informato, ci tiene a comunicarci sulla home page che il nostro premier avrebbe rivolto apprezzamenti alla rappresentante della CRI durante la sfilata del 2 giugno.
Curiosa la somiglianza della crocerossina con un'altra signora, già nota al Cavaliere.

Foto Corriere.it

31 maggio 2010

Caldirola DH con eleganza.

Non soddisfatto delle fantozziane prove libere (ah! ah!) sul circuito di superenduro sabato mattina, domenica sveglia all'alba, caffè e FRIIIRAIDAAAA al bike park di Caldirola.
Claudio sorprende tutti con una t-shirt decorata come uno smoking: "E' domenica, ci tenevo ad essere elegante". Per tutto il resto c'è mastercard!
Ecco il video.

Caldirola DH 30 maggio [HQ]

29 maggio 2010

Giù nel fango di Ala di Stura (SuperEnduro MTB).

Preso da una leggera scimmia da freeride, di buon'ora sono andato alla seggiovia di Ala di Stura, la risalita meccanizzata più vicino a casa. Non è un bike park, ma in occasione della gara di SuperEnduro di domani gli organizzatori hanno deliminitato due tracciati (già allestiti con passerelle e paraboliche in legno, tanto di cappello). Se non si vuole pedalare si possono fare due tracciati, (PS2 "direttissima" e PS4 "longimala") che differiscno nella parte iniziale ma condividono quasi i 2/3 del percorso a valle (metro più mentro meno). Il tracciato era aperto per le prove libere, quindi c'era un sacco di gente che domani sarà lì a gareggiare.
Qui sotto la mappa dei tracciati.

clicca per ingrandire

Il problema è stato il diluvio universale di ieri sera che ha reso (per me certamente, ma ero abbastanza in buona compagnia) il tracciato impegnativo. Complici vegetazione fitta e una giornata nuvolosa (ergo, qui non asciuga niente), il fondo era un fantastico mix di terriccio smosso tipo quello che si compra nei sacchi da Castorama (però inzuppato per bene), foglie e pezzi di corteccia marci, sassi e pietre. Per la serie, ci vuole un po' di manico a scendere, cosa che io non ho e quindi il primo tentativo è stato fantozziano. Mi aspettavo di arrivare alla seggiovia in tarda serata trascinato dai ragni. Più o meno sono arrivato alla fine, senza l'aiuto dei ragni, e risalito in seggiovia per la seconda tragica manche.

Che però è andata miracolosamente bene e scorrevole fino al ripidone bastardo: trattasi di discesa lunga, ripida e fangosa, divisa in due da un albero, che termina in una curva a gomito provvista di recinzione. Tre tentativi su tre non sono andati bene, per usare un eufemismo. Mal comune mezzo gaudio, sono stato raggiunto da un gruppo di 6-7 persone che hanno avuto il mio stesso disagio, chi più chi meno, nell'affrontare il ripidone e la curva.

Qui sotto alcune immagini del ripidone.

Un biker (anonimizzato) impegnato nella discesa

Il ripidone visto dal basso

particolare della sponda della curva in fondo al ripidone

Alla terza discesa ho incontrato un paio di compagni di merende a Superga (loro sì molto bravi) che ho seguito per una variante nella strada di collegamento: una allegra pietraia con sassi grossi così. Va be', posso dire di aver fatto anche questa.
Da riprovare con fondo più asciutto. Divertente.
Ed ecco altre immagini della risalita e del percorso.