25 agosto 2009

Gianni Flamini, Il libro che lo Stato italiano non ti farebbe mai leggere.

Sono due volte di parte, primo perché, come noto, da anni mi diletto nella lettura di saggi sulla strategia della tensione e in secondo luogo perché adoro Flamini per cosa scrive e per come lo scrive.

Ciò premesso, l'ultimo libro del giornalista bolognese riprende alcuni dei temi già trattati nel magistrale L'Italia dei colpi di stato e offre una disanima ragionata e organica di altri fitti misteri della storia italiana. In particolare, il capitolo conclusivo sui rapporti tra la mafia dei corleonesi ed alcuni esponenti dei servizi di sicurezza racconta in maniera puntuale l'evoluzione della strategia mafiosa dai grandi attentati alla pace apperente, offrendo una versione dei fatti decisamente meno edulcorata di quella disponibile nelle cronache dei giornali e nelle fiction televisive.

Ancora una volta le fonti documentali e le vicende giudiziarie confermano il rapporto di connivenza e protezione offerto da certe parti dei servizi di sicurezza ad alcune frange dell'estremismo di destra impegnate in atti sanguinari volti a richiamare un potere forte ed autoritario.

Le ricerche di Flamini varcano i confini nazionali e ci raccontano del ruolo svolto da potenze straniere (USA e Israele in testa) nel condizionare in modo per lo meno illegittimo e antidemocratico la vita polica ed istituzionale del nostro Paese.

Flamini scrive cose sacrosante, lo fa citando sempre le fonti e senza tanto andare per il sottile, e condisce queste cronache tragiche con un umorismo nero che scivola spesso in toni gradevolmente sarcastici.

Scheda del libro

24 agosto 2009

Il mio battesimo freeride/downhill.

Ci sono soddisfazioni che bisogna togliersi. Un po' per mettersi alla prova, un po' per il gusto dell'esperienza.

Le discipline gravity come il downhill e il freeride hanno iniziato ad attirarmi qualche mese fa. Ho approfittato di un weekend con la famiglia a Pozza di Fassa provare il freeride. Ma invece di fare le cose improvvisate, ho preferito andare per gradi. Ho contattato il team di Fassabike , ho noleggiato una Stinky e set completo di protezioni e ho prenotato un'escursione freeride guidata.

Kona Stinky (noleggiata) all'arrivo della cabinovia Buffaure (Pozza di Fassa), dove partono i percorsi downhill appena inaugurati.

Stefano, la guida che mi ha pazientemente accompagnato, mi ha fatto esercitare con i movimenti più comuni per affrontare discese e curve, prima su un tracciato downhill, abbastanza scorrevole e non troppo impegnativo, e poi in una pista freeride, tutta in mezzo al bosco, con una prima parte molto ripida con un sacco di curve a gomito, decisamente più difficile, soprattutto a causa della mia inesperienza.

E' stata un'esperienza divertentissima. Ho faticato come una bestia: ci vogliono gambe, braccia, fiato e concentrazione, e ho pochissimo di ciascuno di questi elementi. La tecnica delle curve sembra facile quando la fa un altro, ma poi metterla in pratica non è immediato.

Ciononostante, quando imbroccavo più o meno bene una curva stretta e uscivo sul successivo rettilineo la soddisfazione era grande, come si evince dal sorriso idiota che sfoggio nella foto sotto.

Sudato ma felice come un bambino a Natale sulla cabinovia Buffaure dopo la prima discesa.

Lapalissiano ma sia detto: per chi viene da una front con tutti i suoi pregi e difetti, affrontare una discesa seria con una bici da DH è una bella sensazione, difficile da descrivere. Tiene la strada anche quando pensi "Non potrò mai superare questa radice alta 30 cm!". Le salite invece sono durissime senza la tecnica necessaria. Una bici così pesa un sacco e non è facile da pedalare.

Qui sotto, la mappa dei tracciati che ho o credo di aver fatto con la guida.

mappa canazei
La mappa dei tracciati Freeride e Downhill di Buffaure (clicca per allargare)


Ero un po' preso per badare alla cartografia. Ma dal punto di vista paesaggistico, questi tracciati sono sensazionali: si scende in mezzo ad un bosco di conifere, si costeggia un torrente, ci sono ponti in legno. Meraviglioso, davvero. Da rifare.

20 agosto 2009

Colin Thubron, In Siberia.

Questo libro mi è stato suggerito durante una cena estiva da un cugino antiquario e storico dell'arte, che ha salutato In Siberia con quella frase che si riserva ad un numero sempre più esiguo di testi, ovvero: "arrivato alla fine avrei voluto che continuasse ancora". Purtroppo non sono pochi i libri che sortiscono l'effetto opposto, auspicando una conclusione il più rapida possibile.

In Siberia evita anche l'errore comune a molti libri di viaggio di essere un resoconto puntuale e cronologico degli spostamenti dell'autore. Thubron, insignito dell'onorificenza di Commander of the Order of the British Empire, è grande conoscitore della Russia (parla fluentemente il russo, tra l'altro), compie alla fine degli anni '90 un'impresa fenomenale: attraversare la Siberia (che, sia detto, è grande quanto l'Europa e il Canada messi insieme) con treni, aerei, autostop, corriere e a piedi, per visitare molti luoghi remoti e dimenticati che sono stati teatro di pagine importanti della storia, soprattutto quella più triste e disumana, del Paese.

Capitolo dopo capitolo, Thubron, privo di qualunque pregiudizio ed etnocentrismo, ci presenta un immenso capitale umano e materiale in costante e irrefrenabile declino. I luoghi, le persone, le istituzioni, le case e le macchine: tutto in Siberia sembra cadere letteralmente a pezzi. Il decadimento morale che affligge le tante e diverse popolazioni ed etnie incontrare sul cammino fa da triste contorno a questo viaggio il cui colore predominante è il bianco abbacinante della neve.

Sospesa tra i sogni pionieristici del passato remoto, i drammi indicibili delle deportazioni staliniane e il disfacimento post-comunista, la Siberia appare un immenso continente alla deriva, dove le cose non funzionano, lo Stato è assente e la gente ha perso la speranza. I valori e la fede religiosa sono spesso fiaccati da un uso sempre più smodato della vodka che abbassa drammaticamente la vita media dei maschi siberiani e che ha non poche ripercussioni sulla produttività: campi invasi da sterpaglie, trattori arrugginiti e officine deserte sono tra i soggetti ricorrenti nelle impietose ma oggettive istantanee di Thubron.

In Siberia è un viaggio profondo: l'autore non si limita a visitare luoghi ma si sofferma, visita e conosce persone, dorme a casa loro, ne ascolta le angosce, effettua spesso insicure deviazioni per rincorrere una voce e verificare una notizia. E sempre, dai dolenti personaggi che popolano queste piane spazzate da un vento gelido, non di rado inclini a nostalgie staliniane, si leva un canto quasi funebre che pare celebrare l'agonia, se non la morte, di una terra che è stata la speranza, la sofferenza, il martirio e il destino di milioni di anime tradite.

Giunto all'ultima pagina, mi trovo del tutto d'accordo con quel commento: avrei voluto anch'io poter voltare pagina ed iniziare un nuovo capitolo. Thubron è spesso affiancato a Tiziano Terzani, che sull'argomento scrisse un saggio per certi versi analogo (Buonanotte Signor Lenin), ma lo ritengo superiore dal punto di vista analitico e stilistico.

In Siberia è un capolavoro, scritto con uno stile sorprendente per qualità e scorrevolezza; è un libro che raccomando per scoprire qualcosa di questa terra.

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COLIN THUBRON, In Siberia.
Trad. di A. Peroni e L. Corbetta
VIAGGI/ REPORTAGE/ AVVENTURE VERE - VIAGGIAvventure 14; pp. 292;
ISBN 978-88-502-0258-4

19 agosto 2009

Mendoza, l'ultimo drago del rock.

L'icona Mendoza sul messenger è offline. La guardo inebetito per un tempo abbastanza lungo. Vorrei che apparisse ancora una finestra con scritto "Ciao, De Niro" (per via del mio nickname taxidriver) o "Uei Beppe!", ma non accade nulla. Mendoza è offline.

Sulla Usenet si rincorrono decine di post: i gruppi Chitarra, Rock e Metal sono pieni di cordoglio, incredulità e ricordi. Tutti vogliono dire la loro, il loro pezzetto di vita con Mendoza. Ricordi, battute, stima. Anche sorrisi sul sarcasmo che Mendoza di certo non lesinava e che taluni non apprezzavano. Pian piano, l'incredulità cede il passo alla consapevolezza e alla rassegnazione. Stefano Petrelli, Mendoza per la musica, è volato via sulle note del rock.

Anch'io stento a crederci, tuttora. Rileggo il suo ultimo SMS: "Grazie, caro. Non preoccuparti per me, sai che sono un osso durissimo. Ci sentiamo presto". Sentirsi era possibile, ma faticoso: negli ultimi giorni, proprio a cavallo di Ferragosto, non poteva assumere liquidi e parlare al telefono lo disidratava ulteriormente. Non stava bene, era chiaro, ma con la sua voce calda era quasi lui a tirarmi su di morale. Aveva progetti per il futuro, mi raccontava del MetalFest che stava organizzando in Veneto ad ottobre. Non faceva misteri sulla propria salute, un filo di autocommiserazione: "Pago per i miei errori".

Il suo eloquio forbito e la sua competenza musicale mi hanno sempre colpito al pari della sua umiltà. Polistrumentista, compositore, già insegnante in scuole di alto livello, era talentuoso e molto competente. La teoria e l'armonia le conosceva a menadito. Con scarsissimi esiti a causa dell'infertile terreno, in chat aveva provato a spiegarmi l'uso delle scale modali e qualche rock riff. Sarei rimasto a leggerlo per ore. Bassista di professione, suonava la chitarra con una sensibilità non comune. Eppure credo che avesse comprato una Squier da pochi soldi giusto per registrare Another Rock 'n' Roll Swindle. Niente fronzoli.

Non di rado leggevo sul newsgroup commenti e battute piuttosto sgradevoli su Mendoza. Attacchi mirati di troll a parte, che fanno parte delle regole del gioco della rete, alcuni male interpretavano il ruspante sarcasmo di Stefano cui, a onor del vero, non sfuggivano quisquilie e miserie nascoste dietro ai nickname. Mi arrabbiavo, leggendo quei messaggi, come se stessero offendendo un amico. Lo contattavo subito sul messenger, ma era lui a passarci sopra: "Lasciali scrivere le loro stronzate", era la sua usuale conclusione.

Tempo fa aveva comprato su Ebay una Dean bianca e nera. Aveva fatto un paio foto buffe e le aveva inviate per email: in una si era ritratto con la Dean a tracolla in cucina, davanti ai fornelli, intento a buttare gli spaghetti nella pentola sul fuoco. In un'altra, il suo grosso gatto sonnecchiava sul pre Rocktron, l'unico intruso tecnologico tra la sua chitarra e l'amplificatore. Era un po' come entrare discretamente nella sua casa e nella sua quotidianità di rocker che per me, eterno studente di pentatoniche dall'esistenza abbastanza tranquilla, avevano un che di esotico e misterioso. Mi soffermavo sui dettagli e sugli oggetti, con l'interesse quasi sognante di chi, non avendo mai varcato la soglia del proprio paesino, guarda una collezione di cartoline inviate da tutto il mondo.

Mentre registrava e missava meticolosamente le tracce dei suoi CD, pubblicati da un'etichetta, non riusciva a prendersi troppo sul serio. Parafrasando una celebre battuta de Il Marchese del Grillo, aveva scritto sulla sua pagina di MySpace: "Io sono il rock e voi non siete un cazzo". Mentre la prima parte della frase era incontestabile, la seconda era solo uno scherzo perché Stefano aveva sempre un minuto per parlare del più e del meno come per darti la sua competente opinione su un assolo, una linea di batteria, un missaggio, un Jazzmaster da comprare usato.

Parlavo spesso di Mendoza con gli amici. Gli mostravo e facevo ascoltare Swindle e The last dragon ed ero fiero di poter dire che io, quel ragazzo lì, lo conoscevo, che i CD me li aveva mandati lui e che durante la registrazione mi aveva inviato per email qualche traccia grezza, magari solo basso e batteria. Mi faceva sentire un po' "del giro", un privilegiato rispetto a chi compra un CD alla Fnac perché ne ha sentito un brano alla radio.

Ma sto divagando. Anzi, sto compiendo l'errore che proprio avrei voluto evitare: quello dei ricordi di un amico che non c'è più. Mi sono seduto di fronte al computer per scrivere qualcosa che non fosse banale, che fosse il mio piccolo, minuscolo pezzo di vita (solo sul web) con Mendoza, ma temo di non aver combinato molto. Volevo, forse, rivolgere un pensiero a chi ha davvero condiviso una vita personale e professionale con lui, e che ora ha un grande, doloroso vuoto: la moglie, i parenti, i musicisti con cui suonava. Chi, a differenza di me, gli ha almeno stretto una mano. Io non ci sono riuscito. Ma il suo rock e la sua voce calda sono più forti di qualunque rimpianto.

18 agosto 2009

Io sono il rock, e voi non siete un cazzo.


Stefano Petrelli
"Mendoza"
02/11/1963 – 17/08/2009

foto da MySpace.

Stefano Petrelli, in arte Mendoza, musicista, compositore, rocker, leader carismatico del newsgoup i.a.m.s.c., ci ha lasciato il 17 agosto pomeriggio.

Nelle ultime settimane ci siamo sentiti al telefono oltre che in chat. Aveva voglia di tutto fuorché di andarsene. Ha lottato con forza, contro il male che lo affliggeva, contro i dottori che non lo ascoltavano e forse non gli hanno prestato le dovute cure. Cui però non serbava rancore. Chiedeva giustizia, questo siì. Faceva il duro, ma aveva una sensibilità e una capacità di capire davvero fuori dal comune.

E' un giorno triste. La comunità del rock perde una delle sue anime più sincere, creative e belle. Io perdo un amico sempre disponibile a scambiare due parole sulla musica e sulla vita.

Come potevo, non certo all'altezza della sua arte, avevo scribacchiato due paroline sui suoi monumentali capolavori rock: Another Rock n Roll Swindle, Another Rock n Roll Swindle Limited Edition e The Last Dragon.

La sua pagina su MySpace, dove trovate i suoi CD, che vi raccomando di comprare.

Qui le sue performance dal vivo.





12 agosto 2009

Omegle: Chat a caso, con sconosciuto.

Non ci sono limiti -- diciamo -- alla fantasia. Omegle.com è un servizio di chat anonimo che ti mette in contatto con uno sconosciuto a caso.
Gli effetti delle conversazioni sono pressoché unpredictable. Molto peggio che attaccar discorso in ascensore o dal medico.
Ho fatto un paio di prove. Agghiacciante.

10 agosto 2009

Breve test Rock Sox Reba Race.

Dopo aver montato la Rock Shox Reba Race (comprata usata su Internet, escursione 115 mm) sulla mia Giant Terrago 3 e aver fatto un po' di fine tuning all'impianto frenante anteriore, ho fatto un breve tragitto di sterrato leggero in pianura, lungo il canale Cavour nel parco fluviale del Po, tra Settimo e San Mauro.

Tutt'altro che impegnativo, questo tracciato è tuttavia caratterizzato da diversi tipi di fondo: asfalto, terra compatta, fango, ghiaia fine, ghiaia grossa, pietre, erba e ponti di legno, quindi si presta ad un rapido (e non esauastivo test) di un ammortizzatore. Certo, un paio di discese serie , un single track erboso e qualche tracciato tecnico permetterebbero di dare un parere più completo, ma non mancheranno in futuro.

La forcella è tarata medio morbida, a mia sensazione, sia per quanto riguarda la camera positiva che per quella negativa, il che va benissimo per me che sono tutto sommato leggero (sto appena sotto i 70 kg).

La regolazione fine del rebound è un godimento: il comando va dalla posizione lepre alla posizione tartaruga il che significa ritorno veloce e ritorno lento. Il funzionamento è davvero ben realizzato. La risposta in affondo e in frenata è precisa e reattiva, così come mi è parso molto buono il comportamento su tracciato sconnesso a velocità allegra. Ho capito per la prima volta il significato profondo dell'espressione "copiare il terreno". La Reba Race lo fa, punto.

Il remote lock, che ho sempre snobbato come prodottino di marketing, è invece utile come una luce al buio: se non ce l'hai campi lo stesso, ma se ce l'hai, beh, le cose vanno meglio ed eviti di perdere tempo, soprattutto quando si deve affrontare una salita (perché, diciamolo, pedalando un po' di affondo c'è sempre).

Ora passiamo alla parte meno tecnica e più di pancia. Oltre ad avere aumentato il comfort di marcia, adesso notevole all'avantreno, la Reba Race, che ha sostituito una Suntour ad elastomero di primo equipaggiamento, dà immediatamente una sensazione di maggiore sicurezza per la reattività sul terreno. E' come se una vocina dicesse: "tranquillo, spingi pure, l'avantreno è bello saldo al fondo". Quella sgradevole sensazione del tipo "adesso faccio un volo" che provavo nelle curve o su sfondo pietroso preso in velocità, si è decisamente attenuata.

Anche se la prova è stata breve e non completa, posso dire che mi sento soddisfatto dell'acquisto (che grazie al cielo era in buone condizioni e non troppo usato). Adesso resta da effettuare un'escursione un po' più impegnativa per mettere a prova la Reba Race.

09 agosto 2009

Rock Shox Reba Race dual air, montata sulla mia Giant.


Sono soddisfazioni.
Il montaggio è stato breve -- molto più semplice e breve di quanto mi aspettassi. Ora non resta che provarla.

21 luglio 2009

Appello a Endemol: Berté, fatela finire sul lastrico.

Loredana Berté rilascia un'intervista a Sorrisi e Canzoni in cui chiede (implora) a Endemol, la società che organizza il reality Grande Fratello, e a Alessia Marcuzzi, sua storica presentatrice, di prenderla alla prossima edizione dello show.
Motivo: la cantante è fortemente indebitatata e teme di fare la fine di Michael Jackson: morire sola e piena di debiti.
A suo dire:

Sono rimasta senza soldi, ho un mutuo bimestrale da pagare di 8.500 euro.
Le alte spese condominiali mi hanno quasi ridotto sul lastrico. In casa non ho più i mobili, nè la cucina per poter mangiare. I rapporti con i vicini sono pessimi. Ogni scusa è buona per mandarmi la polizia.

La Berté, che i più coraggiosi hanno avuto lo stomaco di vedere a X-Factor (trasmissione a cui presumo abbia partecipato dietro a lauto compenso), vede quindi nel reality show l'unica via d'uscita per la sua precaria situazione economica.

Rivolgo un appello a Endemol e alla sig.ra Marcuzzi: non considerate la candidatura di Loredana Berté per la prossima edizione del GF. Lasciate che se la cavi, o che faccia definitivamente naufragio. Lasciate che provi (o faccia finta di provare) quello che milioni di italiani provano quotidianamente sulla propria pelle: la paura (e la vergogna) di non arrivare a fine mese, di dover fronteggiare debiti che crescono, di pagare la rata del mutuo (magari 800 euro al mese per un trilocale, non 8500 al bimestre per chissà cosa).

Lasciate che i meno critici si accorgano che la Berté ha e ha sempre avuto molto poco da offrire al mondo in cambio di tutto quello che ha avuto: attenzione, interesse, fama, soldi, successo. A quanto pare, sembra che l'egocentrica calabrese abbia dissipato senza rispetto tutti i doni che la vita le ha dato.

Saprà la signora Berté quanti musicisti seri e preparati non hanno mai avuto e mai avranno la possibilità di esprimere la propria arte e il proprio talento in Italia? Non è forse la sua personale vicenda uno schiaffo alla miseria della cultura musicale moderna?

Adesso l'unica merce di scambio di Loredana Berté con il gettone di presenza del GF (e forse qualcosina dagli sponsor, e forse non sempre alla luce del sole, chissà) è la compassione per la miseria in cui racconta di versare. Non ha un talento o una capacità da offrire né un lavoro, un impegno, un progetto: solo la speranza di poter stare ancora una volta al centro dell'attenzione (richiamata a squarciagola con qualche consumato trucchetto) per arraffare qualche quattrino e tirare a campare.

Spett.le Endemol, sig.ra Marcuzzi, non prendetela. Dimostrate che la diceria secondo cui lo star system è spietato è ancora vera. Lasciate che si arrangi. Anche se il GF non è esattamente una fucina di virtuosi, la Berté è tra i peggiori esempi che si possa dare a questo Paese.

Cercate qualche giovane lampadato o una ventenne con il seno rifatto. Ci sarà comunque da rimestare nel torbido a sufficienza.