18 febbraio 2005

Sulla lavatrice/3.




E infine, chi era quel piccolo robot che in un carosello blaterava "Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato"?

Uno euro a tutti quelli che risponderanno.

16 febbraio 2005

Sulla lavatrice/2.




Perché gli attori delle pubblicità di detersivo, quando entrano nelle fibre del bucato sporco, cominciano a parlare con l'eco, come se fossero in una grossa stanza vuota?

Dovrebbe essere il contrario: la voce dovrebbe uscire ovattata, attutita.

15 febbraio 2005

Sulla lavatrice/1.




Ieri stavo facendo il bucato con il sapone liquido che, a differenza di quello in polvere, fa schiuma.

Guardavo rapito il cestello riempirsi di quella morbida, bianca ed effimera materia, dove i miei vestimenti fluttuavano leggeri, sordi.

Però -- pensavo -- per rendere pulite le mie camicie sto sporcando il mare, che è di tutti.

Grazie al cielo è iniziata la centrifuga.

14 febbraio 2005

Buon San Valentino a tutti.




Quello che vedete sopra è un CUORE UMANO.

Più vero di tutti quelli che state disegnando o mandando via email alla vostra rubrica.

Allora, a forza di baci, abbracci, regali, auguri e altre smancerie, vi è già venuto il diabete?

10 febbraio 2005

La vita sessuale di Catherine M.




Domenica pomeriggio, interregionale per Chivasso. Piuttosto affollato, surriscaldato.

Trovo posto vicino a due ragazze che stanno leggendo.

La ragazza di fronte a me ha il libro sulle ginocchia, quindi non posso leggerne il titolo. Allora tiro ad indovinare: "Il codice Da Vinci, di Dan Brown".

Solleva il libro, scoprendone la copertina. Bingo! Risposta esatta.

Come ho fatto? Statistica. In questi giorni un italiano su tre sta leggendo il Codice, e l'altra viaggiatrice sta leggendo qualche porcheria di Coelho. Rimango io; quindi per esclusione, rimane il malloppo di Dan Brown.

Rimango io, appunto. Con il mio libro da iniziare: Vita sessuale di Catherine M., di Catherine Millet, oggi tranquilla signora dell'élite culturale parigina, ieri agitata e affamatissima paladina del sesso di gruppo.

In un libro dichiaratamente sessuale già dal titolo, il rischio di crogiolarsi in noiose e ripetitive descrizioni pornografiche è alto. Ma la Millet, che nella vita fa il critico d'arte e la fotografa e non la *p o r n o star*, sceglie uno stile asciutto, mai coinvolto.

Le quattro parti che compongono il libro (Il numero, Lo spazio, Lo spazio raccolto, Particolari) sono la dichiarazione di un rigoroso intento analitico volto a scomporre il corpo nelle sue componenti rilevanti che coincidono con altrettante zone erogene, orifizi, dettagli.

L'autrice ci offre inquadrature da film hard, primissimi piani su pezzi di sé funzionali al conseguimento del piacere non di sé ma degli infiniti ed anonimi amanti che si avvicendano sul suo corpo, complice la penombra del Bois o di qualche monolocale in Saint Germain.

Anche quando le descrizioni scendono nel dettaglio, non scade mai nella manualistica o nell'autocompiacimento. L'autrice si dice brava ad eseguire certe pratiche perché così le è stato detto: questo distacco le offre l'opportunità di osservare quasi al microscopio l'etologia dei suoi molti amanti, creando gustose gallerie di personaggi molto veri, molto umani.

In queste pagine, il lettore maschio può sorridere di errori e goffaggini in cui è certamente incappato; le donne possono trovarvi forse alcune risposte -- ma il mio punto di vista non mi consente ulteriori ipotesi.

Grazie al cielo, in oltre 150 pagine mai si accenna ad amore e sentimenti, liberando i lettori da inutili fardelli e scomodi sensi di colpa per la descrizione di attività probabilmente non comuni a tutti e forse legate ad anni passati, quelli della liberazione sessuale e della coppia aperta.

E infatti gli anni passano, e passano per tutti. Tanto che anche la scrittrice si converte infine ad una vita di coppia quasi regolare, senza tuttavia rinnegare il passato, chiedere scusa né aspirare al perdono di una società riscopertasi moralista.

Sull'argomento, un libro piacevole e abbastanza onesto. Migliore di altri e più recenti (aggiungo: goffi e innocui) tentativi, minore rispetto ai capolavori del passato (per tutti Le 120 giornate di Sodoma e Histoire d'O).

Vale la pena leggerlo in un luogo pubblico: il grande piacere di questa lettura sono le espressioni scandalizzate dei miei vicini.

Certe cose non hanno prezzo.

08 febbraio 2005

La paura del risparmio.



Spazzata l'ultima polvere del regime di Ceasescu, la Dacia Logan, berlina dal cuore francese (motore, curscotto e pianale Renault), sarà venduta al prezzo di 5000 euro. Niente aria condizionata o airbag.

"L'importante è che duri 5-6 anni senza grosse riparazioni e non bagnarmi quando piove", confessa uno degli automobilisti romeni che hanno prenotato questa vettura senza nemmeno vederla.

Arriverà presto in Italia. Ma tant'è. Noi europei occidentali non ci sappiamo mai accontentare. Vogliamo la sicurezza, il comfort. E così la nostra versione, gravata dei necessari dispositivi, costerà un po' di più (circa 7000 euro).

Sarà comunque il veicolo più a buon mercato nel listino Quattroruote. Sursum corda. Sono tempi duri: chi non vorrebbe un'auto, con motore e meccanica collaudatissimi, a questo prezzo?

Poi ho pensato: mumble mumble, non sarà troppo bello per avere successo?

Alle casse dell'Auchan si vedranno sempre le stesse scene: petti di pollo invece del filetto.

Il resto, per pagare le rate della Golf.

07 febbraio 2005

Post it.




Scendendo la scala mobile che porta al parcheggio del supermercato, ho notato, sulla parete alla mia destra, un piccolo Post it giallo che diceva:

40 ANNI SANO
VENDO UN RENE
MARIO 335 7406xxx

Innegabile: l'economia del sommerso si affida a strumenti sempre più incerti ma fantasiosi.

04 febbraio 2005

La persistenza degli odori.




Ricordo ogni persona per l'odore particolare che si porta appresso. Un segno invisibile ma inequivocabile di una presenza.

Il tempo trascorso con una persona non svanisce nell'arrivederci. In me continua nelle persistenti sensazioni olfattive che mi ha lasciato.

Così, se ho passato una serata con un amico, riesco a raffigurarmi la sua camera, i suoi abiti sulla sedia, certe fotografie appese alle pareti, la zona in cui vive.

Allo stesso modo, tutte le mie scelte sono accompagnate, prima che dalle conseguenze, da un odore che mi rammenta il mio comportamento, i gesti condivisi, le mie mosse.

Se saluto in fretta una donna che ho incontrato, mi rimane un sentore leggero, appena percebile, a ricordarmi che il contatto è stato troppo superficiale, inconsapevole. Al contrario, se si è trattato di un saluto affettuoso, ne distinguo i diversi profumi: la pelle, gli abiti, i capelli, le mani.

Meglio di me riusciva il clown di Einrich Böll, capace di distinguere gli odori delle persone con cui parlava al telefono.


Immagine: Razvan Jigorea, Persistent Places


03 febbraio 2005

Volgendo sguardi al cielo.




(Torino, esterno notte. Complice, spesso, il silenzio dell'inverno.)

Sopra i nostri passi distratti, sopra le nostre mani appesantite dalla fretta, sopra le auto in sosta e il rumore, c'è una città che riempie di stupore e di meraviglia.

Salman Rushdie direbbe una città visibile ma non vista. Per non smarrirci in questa città nuova, Gianni Pavesi ha creato uno Stradario molto particolare.

Le sue fotografie sono una topografia del fantastico con il naso all'insù, una mappatura creativa di quello che sta sopra le strade, luoghi che siamo abituati a percorrere guardando dritto nel vuoto.

Lo Stradario di Gianni ci restituisce dettagli che nemmeno sapevamo esistere: cornicioni, archi, finestre, insegne. Ritraendo insieme palazzi verticali e cieli nerissimi o illuminati dal riverbero della città, Gianni ci fa camminare sul cielo, con passi lievi, e ci accompagna ad ammirare un'urbanistica gioiosa, differente, magica.

La personale Stradario di Gianni Pavesi, realizzata nell'ambito della Rassegna di fotografia LAMPI FUORI a cura di Fulvio Bortolozzo e inaugurata ieri sera, è in mostra fino al 19 febbraio nei locali del Centro di Cooperazione Culturale SOUNDTOWN.


Immagine: Gianni Pavesi tra le sue opere.


02 febbraio 2005

La persistenza delle scelte.





La notte tra il 13 e il 14 luglio del 1995 compii una scelta discutibile -- non senza un certo autolesionismo -- che avrebbe modificato sia il mio futuro che il mio passato.

Da quel momento il mio presente diventò più difficile, solitario: ero diventato più vecchio dei miei anni. Ci volle molto tempo perché la mia età morale si riallineasse alla mia età anagrafica.

Al contempo, la maggior parte del mio passato (ciò che avevo fatto, visto, conosciuto prima di quella data) fu rimossa e sostituita da un agglomerato di ricordi confusi: qualche amico, le prime ragazze dai volti indefiniti, i giorni a scuola, le domeniche in famiglia. Ma nessun ricordo preciso, puntuale, vivo.

Quando cerco di ricordare mio passato è come se tentassi di guardare attraverso un vetro impolverato. Come se tutto fosse avvolto in una leggera nebbia a banchi.

In compenso, ciò che mi fu tolto in memoria, mi venne dato in olfatto. Ma di questo scriverò più avanti.



Immagine: John C. Lahr, Persistence of Vision Demonstration