Esco dal ventre lurido
della città di notte.
L'odore della metropoli
mi rimane dentro,
s'aggrappa ai ricordi
e mi ferisce al cuore.
Credevo di trovare
la luce tenue del mattino,
o la foschia dell'alba.
Invece, ancora buio.
Non conosco i tuoi pensieri
e, quasi, non ricordo il tuo viso.
I tuoi occhi non riflettono
la luce opaca di Genova:
sembrano vedere il mare
per i suoi colori
mentre i miei, da sempre,
vedono il volo triste dei gabbiani
e le navi allontanarsi,
in una scia di fumo.
Vivere e morire a Genova
è una condanna scritta nel destino:
queste sono le mie mani sporche,
e questa, la mia coscienza.
Ma non ti dirò il mio passato
né svelerò il mio segreto:
resteremo seduti su questo muro
che aggetta sugli scogli di Quinto
perché da qui possiamo vedere
la morte del sole
e sentirne il freddo strisciante,
e da qui,
stringendo gli occhi contro l'ultima luce,
posso guardare il tuo viso,
e questo, per me, è già molto.
So di dover tornare
nel ventre lurido della mia vita,
so che questo è un attimo,
e, forse, uno sbaglio.
Starò peggio, sarà ansia e dolore.
Sarà una gogna, e quasi ne sorrido,
perché ho bisogno d'ironia
se la felicità è un lusso
che non mi è concesso avere.