XIII.

 

Via, via per sempre.
Lontano da Genova
e dal suo fiume
nascosto sotto coltri di asfalto,
via dalle mani chiuse della gente
e dal cielo. Andare via,
lontano anche dal cielo,
grigio di giorno e di notte sporco.
Via, partire senza valigie
perché i ricordi sfuggono e la serenità scompare.
Per viali di cemento
ti prenderò per mano
e ti porterò via,
via dai miraggi del catrame sotto il sole,
via dall'incubo urbanistico
di costruire le case e poi le strade,
via del ventre claustrofobico
gravido di odori, di facce e di mani,
cresciuto su se stesso come un cancro,
cresciuto senza cielo come un cieco.
Percorreremo distanze sconsolanti
e saremo insieme
tutte le strade di Genova.
Ma aspetta.
Aspetta un minuto ancora
e lasciami fissare negli occhi
le ombre del porto dietro la foschia
e la sagoma grigia della Lanterna.
Lascia che arrivi la notte
per vedere un'ultima volta
quel fascio di luce bianca
dare un senso di vita alle barche e al mare.
Cammineremo
su quella lunga mulattiera
che, togliendo il fiato,
dal porto antico conduce fino ad Oregina,
e si snoda tra gli ultimi ulivi a ridosso delle case
cinte da muri a secco e corrimano in ferro.
Da lì vedremo le navi andare,
vedremo i fumi delle acciaierie
e la strada sopraelevata
che ferisce la città da parte a parte.
Vedremo un tramonto sporco
morire sui binari della ferrovia,
una dissolvenza in nero
senza titoli di coda,
una vita.
E già non sento più
il calore della tua mano,
né quegli occhi, un tempo affamati,
cercare qualcosa nei miei.
So che mi lascerai qui
a guardare le luci tristi della città.
So che mi lascerai qui,
solo.