XII.

 

Onde sulla sabbia e sulle pietre.
Genova e le sue barche
ora sembrano dormire
d'un sonno quieto,
e anch'io ritorno a casa.
Ho trovato una risposta
e adesso aprirò tutti i cassetti,
sfoglierò i libri che un tempo ho amato
poi scenderò le scale che portano in cantina
e ne salirò altre per andare in soffitta,
saranno scale dopo scale
fino a spezzarmi il fiato e le gambe.
Guarderò fotografie di volti mai visti,
di case e di paesi
e di mercati dove il pesce è ancora vivo,
e cercherò ovunque tra i ricordi,
cercherò nell'archivio dei miei peccati
e disseppellirò gli errori
tumulati nel silenzio,
e, toccato il fondo di questa vita,
mi metterò a scavare con le unghie:
ne uscirà presto il sangue
perché settembre non ha dato acqua,
sordo al grido della terra secca,
versando lacrime di circostanza
quando ormai la terra è morta.
Mi prende l'ansia, come una mano che stringe il cuore,
l'ansia del ritardo,
di non avere più tempo né luce per cercare.
Perché a settembre il giorno si fa breve
e l'autunno è l'eutanasia del giorno
ma non cessano i dolori:
si concentrano in un spazio stretto,
impietosi, lancinanti.
E solo adesso mi domando
se per dar fine ad un dolore
debba prendere le mie cose,
e andare via.