XI.  

 

Settembre.
Le prime piogge
non intaccano lo sporco,
vi scivolano sopra, con rispetto
e lasciano le cose come stanno,
come le hanno trovate.
Guido piano, lentamente:
l'acqua leggera sulle strade
mi insegna il profumo dell'asfalto
e l'attesa dei gatti.
Mi porta indietro di mille anni,
quando ero puro
e non conoscevo il male
e la luce non era un pretesto
per nascondermi nell'ombra.
Ricordo una notte in cui pioveva
sulla statale di Arenzano:
scappavo da un dolore
e correvo forte,
per coprire di pioggia il pianto.
Il diluvio, lentamente
lavava il sangue dalle mani
e il sudiciume della mia coscienza,
e mi calmava l'animo,
mi riempiva il cuore di un vuoto necessario
per ricominciare a cercare
un dolore con cui colmarlo.
Le strade del ponente
mi hanno già visto fuggire
correndo all'impazzata, senza respiro.
Sul lungomare di Pegli
ho ripreso fiato, seduto accanto a un vecchio:
guardava in alto con un sorriso
e io ho seguito quello sguardo,
volevo sapere dove andava.
In quel cielo stava appesa la luna:
era grande e di un colore giallo
e ne vedevo i mari e le depressioni,
le sfumature, la bellezza, le imperfezioni.
Ho scordato il mio pianto
e il dolore da fuggire,
ho lasciato che il veleno
perdesse il suo potere
e tornasse acqua e umore,
mentre il vento,
ancora il vento,
aveva cose da dirmi
e sale da lasciarmi sulle labbra e sulle mani,
da portarmi dietro per i giorni duri
per riempirli di un gusto, di un ricordo,
di un qualcosa.