Soli.doc
(il poema)

 

Non resta che l'autodistruzione,
la splendida morte interiore
e la libertà, la libertà di essere soli
per leggere, per scrivere
e per suonare,
per masturbarsi e per defecare
senza dover chiudere la porta del cesso,
per ascoltare dischi vecchi come la vergogna
o spolverare libri che mettono
solo tristezza,
o ripensare alle notti insonni
per il reflusso gastro-esofageo
passate in bagno ad odiare la vita,
farlo per il piacere
di farsi male,
come prendere il sole
sul raccordo dell'autostrada
quando tutti vanno al mare.
E la mente lavora indefessa
e tortura senza sosta,
alimenta la vergogna, nutre
l'autocensura, la melanconia,
lo schifo di sé,
la depressione.

Sdraiato sul letto mi prendo
la libertà di leggere
le istruzioni scritte dietro la bottiglia della varechina
e di pensare a come saranno i fiori
visti da sotto, e al loro profumo malato.
Mi prendo la libertà
di odiarti di un odio
profondo come la solitudine che non puoi capire,
come l'amore che non puoi dare.
Mi rifiuto di interagire
con la banalità dei tuoi pochi neuroni
eccitati dalla tua immagine allo specchio,
inebriati davanti a una vetrina di moda
come di fronte ai vetri infranti di un incidente.

Sdraiato sul letto.
Ancora.
Le mosche entrate dalla finestra aperta
mi ronzano sulla testa
come se fossi già cadavere
con le labbra viola e la pelle fredda,
senza più pensieri,
senza più preoccupazioni,
senza più l'ansia dannata dei miei giorni
passati ad odiare il primo e ad aspettare l'ultimo,
trascorsi a sporcarsi la coscienza
per poi lavarla nel sangue
di chi ha tradito.
La libertà sulla mia pelle
ha sapore d'angoscia,
e ricorda la faccia e il nome,
non accetta le scuse, non perdona
e odia.

Sdraiato sul divano
a guardare la tivù di mattina.
È l’indignata e snobistica passione
per i film con Totò e Fabrizi,
per le televendite di materassi,
per i polizieschi anni settanta
con gli investigatori italo-americani
e per le situation comedy falsamente integrazioniste.
È il gusto malato di vedere
le telenovele doppiate male,
i documentari sulla vita dei cormorani
e la pedagogica ultraviolenza dei cartoni giapponesi.
È il lusso di buttare via il tempo
con la lobotomia dei giochi a premi
e con i telegiornali per i non udenti,
è il flirt con la bulimia del frustrato
noncurante dell’incultura,
però lo faccio
perché Sartre l’ho già letto,
e non mi piace.

Soli.
Per sempre soli.
L’ho capito negli occhi dell’amico
che non mancava mai
quando aveva bisogno di qualcosa,
e mi ha lasciato solo in un portone
quando bisogno ne avevo io.
E alzo lodi all’amicizia andata,
ai giorni pieni di bei discorsi,
all’etica utopica dei tre moschettieri,
al sorriso ipocrita, all’abbraccio e al bacio.
Ma io ho capito e non perdono,
e non porgo l’altra guancia,
io alzo il pugno, guardo in faccia
e colpisco in volto,
senza scappare.

Mi prendo la libertà
di stare da solo a contare i minuti e le ore,
senza muovere un dito
ad ascoltare il mio corpo che giace
statico ed atarassico,
e non produce, non trasforma
ma consuma e spreca.
E nutre lo schifo.

Mi prendo la libertà
di piangere,
di parlare da solo, di pregare Dio,
di pensare al sangue mestruale
che scende dalle gambe nude,
gravido di vita feconda.
E chiedo un po' di vita,
ma non la tua
perché ora so che ognuno si tiene la sua,
e così ritraggo la mano vuota.
La ritraggo
e penso che in fondo
è il tuo laido egoismo
la mia libertà
di essere solo:
anche oggi
lento
scorre il tempo
ascetico
patetico
narcolettico.
La vita,
sconfitta,
prende le sue poche cose
e, insistentemente,
chiede
se può
andare
via.