11 dicembre 2007

Centomila chilometri (100.000 km).

Ci siamo. La mia Ford Ka 1.3 del 1998 ha raggiunto la meta dei 100.000 km. Meta virtuale perché i chilometri reali sono molto di più, forse 150mila. In foto si vede che le cifre non sono allineate causa manomissione.

Torniamo indietro di qualche anno. Poco esperto ed appassionato di motori, ho scelto questa macchina (di provenienza spagnola) comprandola usata da un grosso concessionario di Genova. Il contachilometri indicava 33.600 circa, ma poco tempo dopo ho avuto la conferma che la buona vecchia abitudine dei venditori d'auto di abbassare il chilometraggio è ancora in ottima forma. Ma lasciamo perdere. Non è di quegli sciagurati bugiardi con il cravattone giallo, il gel nei capelli e le scarpe a punta che voglio parlare.

Diciamo che questi benedetti 100 o 150 mila chilometri sono stati percorsi pressoché a cofano chiuso, tipo test Quattroruote (nessun intento scientifico: solo taccagneria). Perché se eccettuiamo il cambio di olio motore, 4 ammortizzatori, 2 freni, un paio di filtri aria e olio e di 4 candele, davvero non rammento interventi seri. E' tutta così come mamma l'ha fatta.
Voglio dire, quando la porto dal meccanico, un bravo cristo di San Mauro, lui mi dice che l'auto va benone. Se lo dice lui.

Certo, ogni tanto il regolatore del minimo (o la valvola cut off o chissà cosa) va in ferie, tenendo l'auto accelerata o facendola spegnere, e anche la scatola dello sterzo mi dà discreti avvertimenti che desidera essere sostituita. E forse i più raffinati potrebbero provare un po' di fastidio per via dei sedili umidi (ma da dove caspita entra tutta quest'acqua?).
Ma alla fine sono inezie.

Mi sono spesso domandato, negli scorsi anni, che sarebbe successo alla soglia psicologica dei 100.000 km. Beh, non è successo proprio nulla. Anzi, ho dovuto fermare l'auto a bordo strada per scattare una foto al contachilometri. Lei mica lo sa che ha 100.000 km. Non è come una donna alla vigilia del quarantesimo compleanno, con dubbi domande e speranze.

Il mio amico Fulvio, che ha una vecchia Opel, mi ha raccontato di aver fatto una cosa bellissima allo scatto dei 200.000 km: fermo su una piazzola di sosta della Genova-Rosignano, è uscito dall'abitacolo, ha stappato un mignon di spumante e aperto una piccola SacherTorte, per festeggiare l'evento. Fermato dalla Stradale, ha spiegato il motivo e ha pure fatto la foto di gruppo. Gliela devo chiedere, uno di questi giorni.

Insomma, dove voglio andare a parare? No, non è uno spottone Ford per la serie le auto migliori del mondo. Vedo però che frizione e distribuzione sono originali (ovvero ci hanno quei km sul groppone) e non sembrano voler girare l'occhio da un momento all'altro. Ogni anno passa il test sui fumi di scarico (ovviamente considerando buoni i parametri che il governo considera come non nocivi), non brucia olio, non fa le bizze.

E' una compagna molto fedele. Troppo vecchia e brutta per attirare l'attenzione dei ladri, troppo Euro2 per poter circolare liberamente senza incorrere in sanzioni di questo o quel governo, troppo stinta per essere una macchina rossa (AndreaD mi dice le macchine rosse vanno più veloci). Ma quando si tratta di trottare su e giù per la Sardegna con 40° all'ombra o portarmi a sciare sulle Dolomiti, poverina, non ha mai fatto una piega.

Ecco, non sono andato a parare proprio da nessuna parte. Ma che importanza ha, dopo tutto?

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31 ottobre 2007

Come perdere un cliente al tempo dell'ecommerce - cap. 2.

Ricordate la mia esperienza dell'anno scorso con l'acquisto online di materiale informatico? Quella era finita bene.

Bene, ecco un'altra storia.

Vorrei comprare una reflex digitale, e ricordavo di un negozio di San Marino famoso per i prezzi convenienti.
Come suggerito da alcuni utenti del newsgroup IAF, ho scritto allo staff di San Marino Photo per
manifestare il mio desiderio ad acquistare una reflex e per chiedere un chiarimento: volevo sapere se la garanzia su una Nikon D40x è 3 anni come nella descrizione dell'oggetto o 2 anni come citano le FAQ del sito. Forse è una domanda superflua, ma tuttavia lecita prima di affrontare una spesa di centinaia di euro in un sito che ha molti pregi ma non brilla per ordine, completezza di informazioni e accessibilità.

Ecco la mia mail:

Da Giuseppe Piersantelli
Data 26/10/07 3:37:37 pm
A assistenza@sanmarinophoto.com
Oggetto richiesta info prima di acquisto.

buongiorno sig. giuseppe.
sto per fare il mio primo acquisto sul vostro sito e avrei
bisogno di informazioni.

vorrei comprare una fotocamera nikon d40x con obiettivo
18-55 e vorrei sapere se la garanzia offerta è quella
ufficiale nital, se è valida in italia senza problemi e se
la copertura è davvero 3 anni oppure 2 come scritto
altrove nel sito.
grazie molte

giuseppe piersantelli



Ed ecco l'esauriente risposta dello staff, giuntami 4 giorni fa.


Il messaggio

A: assistenza@sanmarinophoto.com
Oggetto: richiesta info prima di acquisto.
Inviato: 26/10/2007 15.37

è stato eliminato il giorno 28/10/2007 23.28.



Il risultato? Elementare.



CLIENTE PERSO, OVVIAMENTE.

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19 ottobre 2007

Tornato.

Chi mi dava per disperso, si tranquillizzi. Sono tornato, sano e salvo. Allora, un po' di outing.
Che ho fatto? Una cosa importante, anche più che importante: mi sono sposato. Poi, dov'ero: in Australia, dove ho scoperto in che senso gira l'acqua nei lavandini.
Forse il mio blog dovrebbe contenere un resoconto dettagliato o le foto del viaggio in Australia. Ma sai che noia?! Se ci riesco (e non è detto perché Blogger sta funzionando a tipo Prinz) pubblicherò qualche impressione e un breve video.
Per ora dico che sono un po' raffreddato ma felice come una pasqua.

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04 settembre 2007

Terzo giorno a Venezia.

Dal nostro inviato alla 64a Mostra del Cinema di Venezia.

Stamattina mi ha svegliato un acquazzone di quelli seri. In Piazza San Marco il vento era abbastanza forte da rischiare di finire con le chiappe per terra. Pure la laguna era parecchio agitata. Il vaporetto 82 ballava come un accidenti di guscio di noce. Pensavo che il povero Brad Pitt, su qualche yacht battente bandiera delle Isole Cayman, stesse soffrendo il mal di mare.
Dovrei scrivere qualcosa di culturale? Ma per carità. Film non ne ho visto, celebrità nemmeno. Del giornale leggo solo la cronaca da Garlasco. Però ho dato una mano ai pompieri a risistemare lo stand danneggiato dal vento di questa notte.
Venezia, si diceva. Sì, Venezia, città prettamente diurna, la notte ci sono pochi cristiani in giro, c'è ben poco da fare. Qui si favoleggia di party a tema organizzati per le star, spesso sui grossi yacht ancorati in darsena, ma quelli come me finiscono invariabilmente in trattoria e poi a vedere il tg5 della notte, una situazione molto poco cinematografica, involuta, direi. Pazienza. Allora per rendere le cose più noir e drammatiche, ieri a cena mi hanno scambiato per uno sbirro. Sarà stato per via della giacchetta chiara, penso io. Ho provato a dire che no, io dello sbirro non ci ho proprio niente, macché, mi sono preso gli elogi del ristoratore sullo spirito di corpo, sull'abnegazione della piesse, sul coraggio dei miei uomini e quelle palle li'. Per carità, ci mancherebbe, io pure le condivido. Alla fine ho rimediato lo sconto sulla cena e l'immancabile ci passi a trovare se capita di qui. Ma certo, un giorno su tre sono a Venezia, no?
Magari manderò i miei uomini. Ma non dipende da me. Sa com'è, ordini dall'alto.
Grazie e buonanotte.
E' grande cinema.

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28 agosto 2007

Garlaskitsch.

Sbattere il mostro in prima pagina
Polverone
Fiducia nella magistratura
Abbassare i toni della polemica
Provino da veline
L'arma del delitto
Rispettare il dolore delle famiglie
Le indagini degli inquirenti
Senza ombre
Dovere di cronaca
Uno studente modello
Non escludono alcuna ipotesi
Fare tutti un passo indietro
Sporchi di sangue
Un curriculum che parla da solo
Sono stato crocifisso
Giallo su una telefonata
Killer
Gogna mediatica
C'è più chiarezza

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18 luglio 2007

ItalyMedia: il portale degli spammer di professione.

Già tempo addietro ho avuto a che fare con lo staff (nelle persone di tal D'Addesio e De Pierro) di ItalyMedia*: li avevo accusati di fare spam (inserivano articoli nei commenti dei miei post), poi uno dei diretti interessati mi aveva mosso a pietà e avevo pure cambiato il titolo del mio post, abbassando un po' i toni della polemica.
Avevo anche scritto un'email di lamentela alla fantomatica redazione del suddetto portale, senza mai ricevere risposta.
Ma siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, ecco che stasera trovo nuovo spam in un mio vecchio post. E' la prova del 9: ItalyMedia è la fucina degli spammer.
Io sono un galantuomo e per due volte li ho perdonati: ma non vengano più a raccontarmi che qualche imbecille gira per la rete copiaincollando nei blog, tra i miliardi di contenuti disponibili, proprio i loro "articoli".
Offro il diritto di replica: se qualcuno di ItalyMedia o di chissà quali altri siti zeppi di pubblicità e link a pagamento ha qualcosa da dire, lo faccia. Le tirate d'orecchi sono finite: il prossimo passo è la querela.

* Non ho certo il tempo di approfondire il rapporto tra D'Addesio e ItalyMedia. Di certo c'è solo che De Pierro risulta direttore responsabile della rivista.

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17 luglio 2007

Suzuki V-Strom 650.

Qualche giorno fa ho comprato una moto, la mia seconda moto dopo una storica (e piena di guai) Guzzi V35III che mi ha accompagnato durante l'università, la naja e il primo lavoro.
Dopo molto prove e indagini che qui non sto a raccontare, ho optato per questa grossa ma tranquilla e comoda Suzuki.

Siccome i forum pullulano di pareri entusiasti (oste, com'è il vino?), i moltissimi pregi di questo veicolo trovateveli voi (se vi interessano).
Qui vi dico i difetti che ho riscontrato dopo la prima settimana e i primi 600 km di guida:
  • terminale di scarico gigantesco e ingombrante, altresì noto come la "caldaia";
  • codone sgraziato a tipo Tengai;
  • disco posteriore poco modulabile e potente;
  • assenza cavalletto centrale di serie;
  • cupolino regolabile in 3 posizioni fisse -- nono sono ammesse posizioni intermedie;
  • appendici serbatoio di dimensioni davvero generose, diciamo anche troppo grosse;
  • rapporti troppo corti: in 6a a 130 kmh il motore sta sui 6000 rpm (e avrebbe coppia da vendere)
Il resto è davvero ok, almeno per ora. Appena capisco quanto consuma in extraurbano, aggiorno il post.

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16 luglio 2007

Compleanni, marketing e aziende.

Venerdì ho compiuto 32 anni. Un fatto che non ha nulla di straordinario. Eppure, per le aziende anche un compleanno può essere un'occasione di marketing e promozione. Basta saperla usare correttamente.
Infatti ogni volta che ci registriamo ad un sito web, accediamo ad un servizio online, acquistiamo un bene con l'e-commerce o compiliamo un questionario, ci viene regolarmente chiesto di inserire la data di nascita. In questo modo, vendors e aziende sanno quando compiamo gli anni.
Vediamo due esempi dell'uso di questo dato: uno funziona, l'altro no.

Sì. Venerdì leggendo l'email ho notato che un sacco di "amici" di MySpace mi avevano mandato messaggi di auguri, più o meno personalizzati, e mi sono ricordato che nel pannello di controllo di MySpace c'è l'alert che segnala i compleanni degli amici della propria rete: quando X compie gli anni, riceviamo una notifica che ci ricorda che possiamo fargli gli auguri. Una funzione semplice, ma ben strategica in un contesto di social network quale MySpace. Promossa.

No. Per il secondo o terzo anno di fila, anche Vodafone (di cui sono cliente dal 2000), mi scrive per farmi gli auguri di compleanno. E fin qui tutto bene. Le cose peggiorano quando, in un eccesso di magnanimità, mi dice di autenticarmi sul sito 190.it per ricevere in regalo l'attivazione di una delle promozioni attive. Ma già prima di andare alla sezione Servizi e promozioni so che rimarrò a bocca asciutta. Infatti il 13 luglio è troppo tardi per la Summer Card e troppo presto per la Christmas Card con la conseguenza che nessuna promozione è attivabile gratuitamente. E' come se un ospite si fosse presentato alla mia festa con un pacchetto vuoto: gli auguri sa soli sarebbero stati più graditi. Bocciata.

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22 giugno 2007

Non riesco a vedere i Black Label Society.

Martedì sera ero seduto in una steak house a prezzi modici di Londra (10oz rump steak, chips, insalata e birra media a 5.49£: a meno c'è la mensa dell'esercito della salvezza). Mentre aspettavo una bistecca di mucca pazza piena di antibiotici e steroidi, ho dato un occhio a un giornale gratuito preso per strada al posto dell'ombrello.
Vado alla voce entertainment, music, e scopro che Zakk Wylde suonava quella sera a Londra. ovviamente non avevo né macchina né biglietto né tempo a sufficienza per andare a vederlo.

In compenso, sabato 30, mentre Zakk salirà sul palco del Gods of Metal con la sua LP "Bull's eye" gridando ARE YOU READY MOTHERFUCKERS, io sarò al matrimonio di un caro amico, presumibilmente in attesa del secondo di pesce, forse al tavolo con 4 sconosciuti con cui cercherò di tenere anche un minimo di conversazione (argomenti: il Genoa in serie A, la nuova Fiat 500 e il costo della vita con l'euro).

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21 giugno 2007

Londra, qualche impressione (con linguaggio da bar).

Ecco qualche pensiero sulla mia ultima visita a Londra.

Negli ultimi 3-4 anni ci sono andato frequentemente e, a differenza di quanto percepito nella mia prima visita, sono ormai convinto che:
- è una città ricca, molto ricca, ovvero: una grande parte della sua popolazione ha un reddito effettivamente alto e un tenore di vita dal buono all'ottimo.
- di conseguenza, è cara da fare schifo. 1 litro di benzina costa 1£. Mi diceva una ragazza che un monolocale in città (diciamo Holborn o Islington, mica Piccadilly) sta sopra le 200 sterline a settimana, e che la spesa per l'affitto arriva anche ai 2/3 dello stipendio di una persona. Io ho mangiato con 5 sterline, ma questo potrebbe essere uno dei miei ultimi post.
- di conseguenza 2: non è un buon mercato per soddisfare gas musicale o fotografica.
- è culturalmente attiva, di gran lunga più attiva di altre capitali europee. Parigi in confronto sembra Ovada.
- è sicura. Mi sono ritrovato, qualche tempo fa, in mezzo ai festeggiamenti di san patrizio senza una birra in mano e nessuno mi ha torto un capello.
- non è (o non appare) inquinata. C'è sempre molto vento che pulisce l'aria. Lì hanno messo la congestion tax, una tassa per disincentivare l'uso delle auto nel centro e diminuire l'inquinamento. Allora a Torino cosa dovrebbero mettere? La pena di morte per chi guida?
- c'è un sacco di figa. Ma proprio tanta, eh. E dire che una volta consideravo le inglesi mediamente sciacquette.

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07 giugno 2007

La BCE e il punto di equilibrio.

Ieri la BCE ha alzato i tassi di interesse al 4%. Un tasso del 4.5% entro fine anno è realistico.
Se a queste cifre si aggiunge uno spread medio dell'1%, ora siamo al 5%, in avvicinamento del fatidico punto di equilibrio (ovvero, oltre il quale diminuisce la convenienza a chiedere denaro in prestito).

Per chi come il sottoscritto ha sul groppone un mutuo a tasso variabile, ci sono due riflessioni da bar:
1. se uno ha un reddito da lavoro dipendente, sai chi se ne frega se l'economia in Eurozona continua a crescere: lo stipendio non si muove e diminuisce ancora la capacità di risparmio (mensile e annuale)
2. sta arrivando il momento, se si ha la possibilità, di decidere se estinguere il prestito, tenendo in considerazione anche i costi di estinzione del mutuo.

Morale della favole? Sì, c'è un antico adagio che parla di volatili e fondoschiena, ma è un po' triviale...

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21 maggio 2007

Tornati dal raduno!

Sabato sera al raduno dei primi 100 eroi della Reiss Romoli eravamo una ventina... dei superstiti! Ma a parte il numero esiguo, è stato fantastico incontrare gli amici con cui si è trascorso tre mesi tra corsi di marketing, vino Antico Blasone e notti a chiacchierare nei corridoi del campus.

I tre mesi all'Aquila (febbraio-maggio 2001) sono stati uno dei periodi migliori della mia vita, per le cose che ho imparato, le persone che ho conosciuto, il nuovo lavoro (fotocopiatrici, addio!) a Torino, il distacco definitivo da Genova. E' stata anche l'ultima occasione in cui ho scritto qualcosa di decente che mi ha aiutato a liberarmi (almeno in parte) del mio passato.

Sabato sera è stato un amarcord divertente e senza malinconia. Si è parlato di lavoro (con gli inevitabili confronti sulle carriere), dei colleghi assenti che hanno cambiato azienda, di chi ha messo su famiglia e figli. Si è parlato del passato e del futuro, che era la parola chiave di tutto il corso. Ma più di tutto, facendo un po' di coaching come ai bei vecchi tempi della new economy, ci siamo detti che in fondo eravamo tutti speciali, con le nostre 100 (e dai, 500) faccette.

Un grazie particolare a Lorena Macarena per non essersi fermata di fronte a difficoltà, ritardi e sòle dell'ultimo minuto e aver organizzato il raduno alla perfezione. Recordmen e recordwomen per la distanza: Nicoletta da Trieste, Antonio da Olbia, Pippo e Luisa da Torino.

Le foto
Vabbe', ora basta parole e ciance, andiamo sulle cose serie. Ad esempio: le foto. Qui uno dei fotoalbum della serata (richiede plugin Flash). Facendo playslideshow le foto vanno avanti da sole. Facendo download si possono pure scaricare (forse). Di più che volete??

Chi ha altre foto, per favore le mandi al mio indirizzo email: è vero, saremo ricattabili, ma mettiamo su un bell'archivio.

Commenti, insulti, minacce, proposte oscene: si accetta di tutto e di più.
Arrivederci al prossimo raduno!

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18 maggio 2007

Il raduno dei primi 100.

A 6 anni dall'inserimento nel gruppo Telecom Italia, questo weekend i superstiti dei primi 100 assunti con il progetto Internet si incontrano a Roma per festeggiare e confrontarsi.
Su YouTube ci sono gli spot della campagnia pubblicitaria di quel periodo e qui l'annuncio di lavoro. Purtroppo non trovo non trovo i cartelloni con le faccine.



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17 maggio 2007

Più selvaggio di così.

Sì, sì, certo. Più forte dentro, più cattivo fuori. Più diretto verso il bersaglio. Magari senza prendere la mira, magari senza fare centro: l'importante è arrivare con il colpo in canna e sparare.
La mia vita, di alterne fortune, è fatta di continue, faticose, solitarie e delicate costruzioni e di continue richieste di distruzione.
Più forte dentro, più cattivo fuori.
È un mondo libero, o quasi.

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12 maggio 2007

.it's saturaday.è sabato.

Sto stirando le mie camicie e ogni tanto butto un occhio su Journey to the center of Rock trasmesso da Joost. Da fuori entrano l'estate e i rumori del piccolo luna park allestito in piazza.
Non per vantarmi, ma stiro meglio di molte donne.
Fra poco verranno a trovarmi una coppia di amici con il loro neonato.
Ogni tanto penso che anch'io, arrivato ai 32 anni, dovrei appendere in ufficio i disegni dei miei bambini o le loro foto al mare invece del ritratto di Zakk Wylde.
Ma sto sempre collegato a iamsc, si parla di effetti, di chitarre e dei Dream Theater.
E' sabato anche qui, nella periferia della periferia di Torino, lontano da tutti, fondamentalmente solo. C'è uno video degli SmackGod o GodSmack, chiunque essi siano: riffoni in drop D, tracolle bassissime, molto cross over.
E' sabato anche qui.

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07 maggio 2007

Parlando di convergenza...

Il prossimo 24 maggio parlerò ad Amsterdam in tema di convergenza fisso mobile). E questa mattina nella posta ho trovato un'email di Informa che si fa pubblicità con una mia intervista rilasciata forse a Barcellona o forse a New York. Fatevi due risate.


Giuseppe Piersantelli
Technical Specialist, Broadcast Solutions Innovation, Telecom Italia, Italy

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30 aprile 2007

Genova. Perché?

Il viaggio. Li conosco anche troppo bene, i miei venerdì, fermo immobile imbottigliato sull'autostrada dopo 100 km a rotta di collo di sorpassi tra autocarri, cantieri aperti e rottami di automobili, e le mani che sudano per la tensione. Spesso, quasi sempre, l'ambulanza porta via qualcuno a pochi metri dalla mia auto. Qualche volta non deve nemmeno accendere la sirena. Quando mi ricordo, mi faccio il segno della croce. C'è sempre qualcuno che sta peggio, eh?
Dopo una settimana che finisce sempre con qualche intoppo, arrivo a Genova tardi, troppo stanco per qualcosa di meglio che una cena veloce e una doccia.

La città.
Eccoci, e tutti dicono che è meravigliosa. Grazie, lo so, ci sono nato e cresciuto. Lo volete insegnare a me, che sono stato una delle sue voci più forti? No, se mai ve lo posso insegnare io. Eppure, se mi chiedete se ne sono convinto, vacillo. E' pur sempre una città nelle mani delle solite dieci (dico per dire: saranno venti) famiglie che contano, che sistemano i figli e i nipoti, che decidono i matrimoni e i titoli del giornale. I marciapiedi fanno schifo, i punkabbestia si bucano nei vicoli, gli sbirri parlano alla radio, le signore parcheggiano SUV in doppia fila. Non cambia nulla, mai. Genova meravigliosa? Ma per carità. E' il solito vecchio troiaio puzzolente dove affondano le solite mani sporche, e sarà così anche domani. Ma per me essere genovese è come essere il padrone di un vecchio randagio pulcioso: c'è ben poco da esserne fieri, tutt'al più, affezionati. Anzi: abituati.

La mia famiglia.
Me ne sono andato di casa quando avevo venticinque anni. Prima di allora ho vissuto ogni giorno a contatto con i miei genitori, crescendo con loro e grazie a loro. Adesso li vedo ad intermittenza, ad intervalli di due-tre settimane, a volte più di un mese. Mi devo rassegnare di fronte all'ineluttabilità del tempo che trascorre sempre più in fretta. Vado a Genova per stare con i miei genitori, ma il tempo è dolore: il tempo su di loro, sempre troppo; il tempo di cui posso disporre, sempre troppo poco. Vorrei più tempo, più luce, la possibilità di fermare la corsa, di avere meno affanno. Niente. Le cose stanno così. Ho fatto la mia scelta, e devo trovare la forza necessaria per portarle avanti.

Gli amici.
Me ne sono andato da Genova troppo tardi per rifarmi degli amici a Torino: voglio dire, quelli con cui ti passi i compiti a scuola o giochi a torello ai giardini quando hai sette anni, un pallone Tango e la tuta comprata al mercato di Piazza Palermo. Sono io quello che se n'è andato, naufrago volontario o esule, fate un po' voi. Ma mi devo rassegnare: la mia casa è ormai altrove e se voglio contare su qualcuno, quel qualcuno devo essere io. Aggiungo: non sono in buone mani. Ma non ho grandi alternative, perché ognuno ha la propria vita e non si può più tornare indietro di vent'anni per trovarsi ancora su un muretto a sparare stucco con una cerbottana di alluminio.

Conclusione. C'è poco da concludere. Dovrei essere così bravo da tagliare questa corda marcia d'acqua che mi tiene ancorato a Genova, e salvare dentro di me i bei ricordi e l'infanzia felice che ho avuto, senza aspettarmi niente da nessuno. Da troppi anni me ne sto con il coltello tra i denti, appostato nel buio della mia vita, senza saper compiere questo gesto. Così, niente conclusione. Prima o dopo, ci sarà un'altra discesa a rotta di collo, nuove aspettative deluse, ancora fatica su fatica. E mai una risposta a questo dannato Perché?

immagine © 2005 Jonathan Day-Reiner / groundglass.ca

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23 aprile 2007

Epiphone Les Paul Custom Flametop.

Ieri ho ricevuto una mail dal mio amico Andrea D. che, tra le altre cose, con carta e penna ci sa fare come pochi. Ha partecipato a distanza alla creazione, modifica e infine (con dispiacere) alla vendita della mia Stratocaster. Lo ha pure raccontato ad un amico chitarrista il quale pare abbia detto: "ha bisogno di una Les Paul!". Un coro di voci, a quanto pare, visto che anche DD mi aveva consigliato la stessa cosa.

Ecco, Andrea, questo post è (anche) per te. E perché era giusto dare il benvenuto alla nuova arrivata.

Dopo aver venduto la mia Strato, ho deciso di seguire il consiglio. Così mi sono messo alla ricerca di una Epiphone Les Paul, fino a che l'ho trovata a Genova da Guitar Land.

Inciso doveroso (non è pubblicità, è esperienza diretta): avete presente il negozio genovese medio di strumenti musicali? Commessi poco disponibili e avari di parole, uno strato di polvere sulla merce, divieto di provare più di due chitarre senza acquistarle ecc. Ebbene, i ragazzi di Guitar Land questo trattamento lo hanno vissuto da clienti, così quando hanno aperto un negozio si sono promessi di essere diversi. Direi che ci sono riusciti: entri con un'idea, loro ti ascoltano e ti fanno provare le chitarre (o i bassi o i pedali). Se hai un dubbio chiedi, se non vuoi comprare non sarai fustigato. Fine dell'inciso.

Dicevo, da Guitar Land era appena arrivata in conto vendita una Epiphone Les Paul Custom Flametop colore Heritage Sunburst. Ne ho provate parecchie di LP: una Burny, una Vintage, una ESP (mamma mia quanto suona, però sta sugli 800 euro).
Siccome non ero poi così convinto di fare la cosa giusta (ne avevo bisogno? avevao fatto bene a vendere la Strato handmade?) ho deciso di comprare la Epiphone perché aveva il miglior rapporto qualità/prezzo/rivendibilità. Ovvero, se mi fossi svegliato il giorno dopo dicendo: "ho fatto una cazzata", l'avrei rivenduta subito senza perderci troppi soldi, come ogni strumento di marca.

Invece l'ho portata a casa, attaccata alla pedaliera e al mio Meteoro V8, e in pochi minuti ho capito che no, non avevo fatto uno errore e non l'avrei rivenduta il giorno dopo.

Qui non sto a scrivere una recensione perché:
1. è uno strumento molto diffuso, e basta leggere su Harmony Central
2. le recensioni dei possessori sono sempre di parte: vi aspettereste una stroncatura da chi ha appena acquistato un oggetto?

Voglio dire che ha alcune delle caratteristiche che cercavo (invano) sulla Strato, come ad esempio un sustain grosso. Sono rimasto impressionato per la durata delle note con il distorsore e un pelo di delay. Altro vantaggio è la scala più corta che rende i bending meno difficoltosi. Con il ponte fisso, si scorda poco e raramente. E, infine, non ha il pickup centrale che mi ha sempre dato noia.

Naturalmente sarebbe bello essere all'altezza di questo strumento, ma questa è un'altra storia.

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21 aprile 2007

Buchi 2.0.

Come da accordi, stasera sono passato dal gommista a ritirare il mio scooter Aprilia Scarabeo 50 del '94 (indicare l'anno - o model year - fa molto America). Come da accordi un paio di balle, visto che il gommista era intento a sostituire un treno di ribassati da 19" ad una Golf GTI. Vabbe'.
Dopo qualche minuto, mi degna di uno sguardo, congeda il golfista, e sostituisce la camera d'aria del mio scooter. Quindi rimonta la ruota sul mozzo. Tempo impiegato: 45 secondi netti.
"Bravo", dico io.
"Lì ci sono le chiavi, rimonta a tua pidocchiosa marmitta", dice lui.
"Sissignore", dico io, ormai calato nella parte dell'apprendista meccanico.
In un minuto, la marmitta è al suo posto.
"Ci sai fare, con le moto. Potresti lavorare qui, con le moto", dice lui, che evidentemente si capisce tanto di moto quanto di egittologia.
"Idea allettante. Posso lavarmi le mani?", dico io.
Odore di pasta lavamani e di cuccia di Golden retriever. Tutte così, le officine. Mancano i poster con le tette nude, ma nel retro c'è anche la figlioletta che gioca con l'Azoto SecurPneus. Mica si può.

Alla fine me la sono cavata bene. Niente Paypal e polemiche. Gli ho lasciato 7 euro (in nero) per la gomma e il mio curriculum. Ha detto che mi farà sapere, ma so già che lo userà per scrivere sul retro gli ordini ai fornitori.
Tutte così, le officine.

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20 aprile 2007

Buchi.


Qualche giorno fa ho bucato con il mio Scarabeo 50. Un bel chiodo arrugginito lungo così. Ecchissenefrega, direte voi.
E no. E' importante. Dovete sapere come sono andate le cose.

Ieri ho spinto lo scooter con la gomma a terra di officina in officina, pareva di essere la Sacra Famiglia in cerca di un riparo la note di Natale: nessuno aveva intenzione o voglia di aiutarmi.
Alla fine sono arrivato all'officina di un gommista. Il mio aspetto cominciava ad essere meno fresco di un'ora prima. Il gommista esce dall'officina e guarda il pneumatico forato.

"Mi spiace, non posso riparare quella gomma", dice il gommista.
"E perché?", chiedo io.
"Perché non ho l'attrezzatura", dice il gommista.
"Scusi, ma che attrezzatura le serve?", chiedo io.
"Okay, non è questione di attrezzatura. E' che devo smontare la marmitta, poi riparare la ruota e infine rimontare la marmitta. E il tutto per cambiare una camera d'aria. Insomma, perdo tempo e ci guadagno poco", dice il gommista.
"E allora che si fa?", chiedo io.
"Se smonti la marmitta e poi te la rimonti, io riparo la ruota", dice il gommista.
"Ho bisogno di una chiave esagonale da 6, una a tubo da 13 e una da 10", dico io, senza esitare.

Conosco quell'accidenti di scooter come un mujaiddin conosce il suo AK47. Il gommista mi passa la serie USAG e in meno di due minuti smonto la marmitta.
Ben gentile, a lavoro terminato mi fa lavare le mani. La pasta lavamani ha un buon odore. Mi riporta indietro di quindici anni, quando truccavo il Piaggio Sì in cortile. Altri tempi.

Stasera devo ripassare in officina e rimontare la marmitta. Se mi chiederà più di 10 euro, gli dirò che io pago solo con Paypal.
Vuole più soldi? E allora dovrà aprire un indirizzo email, un conto corrente e un account Paypal. Io sono stato sul pavimento della sua officina, adesso tocca a lui a mettersi davanti a una tastiera.
Un po' per uno, no?

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13 aprile 2007

Gabbiani di periferia.

Il vantaggio di lavorare vicino ad una grossa discarica è che si possono sentire i versi dei gabbiani, anche se si sta a 200 km dal mare.
Insomma, mi fa sentire un po' più a casa.

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02 aprile 2007

Moana: chissà se questa volta è la verità.

Settembre 1994. Stava finendo l'estate della mia maturità scientifica quando Moana, che era colpevole solo di averci fatto sognare, ha meritato due colonne sul Corriere della Sera per farci sapere che, da quel momento in poi, lei con i suoi lunghi capelli biondi e lo sguardo seducente, sarebbe stata solo un ricordo.
I benpensanti scribacchini, dopo segrete notti insonni sui suoi VHS, si precipitarono a dire "Se l'è andata a cercare, quella poco di buono".
Un provocatore solitario tentò di guadagnarsi il suo quarto d'ora di giacobina celebrità sentenziando che Moana morì di un male che sarebbe potuto capitare anche a una suora. Che piccoli uomini.
Non rimanevano che le repliche di Tunnel su Rai3 con le affettuose imitazioni della Guzzanti.
Però, che vuoto. E neanche la consolazione di dividerlo con gli altri. Mica si può piangere una scostumata.
Adesso il marito scrive di averla aiutata a morire, e per dircelo pubblica un libro. Io spero solo che questo signore non voglia sfruttare l'onda lunga dell'eutanasia per vendere quattro copie in più.
Moana ha già pagato per le sue scelte.

(foto di Elena Somaré)

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29 marzo 2007

John O'Brien, Via da Las Vegas.

Per la serie I migliori libri della mia vita (fino a qui), vorrei scrivere qualche riga su questo strano romanzo che mi ha accompagnato in più momenti della mia vita.

La prima cosa che colpisce è la biografia dell'autore, di certo non un tipo allegro. Immaginate un aspirante scrittore, a cui, dopo mille rifiuti, un editore pubblica un libro e una major di Hollywood acquista i diritti per farne un film. Bene: che cosa farà questo ragazzo? Organizzerà una festa con gli amici, comprerà un'auto di lusso o si concederà una vacanza?
Nulla di tutto ciò.
John O'Brien, dopo aver realizzato il suo sogno, il sogno di ogni giovane aspirante scrittore, si suicida.
Ecco: questo è l'autore di Via da Las Vegas.

Dimentichiamo per un attimo il film diretto da Mike Figgis (piano: le musiche -- jazz molto cool e fumoso -- scritte da Figgis sono indimenticabili. La performance di Nicholas "monoespressione" Cage un po' meno. Andiamo oltre) e rimaniamo sulle pagine di carta della bella edizione Feltrinelli.

Via da Las Vegas non ha speranza. Non ne ha un briciolo. Il titolo andrebbe cambiato in Via da Tutto. Perché il protagonista a Las Vegas ci va per bere fino a morire, deliberatamente. È una scelta: non è che finisce nel tunnel dell'alcolismo e prova a smettere. Macché. Vende le sue cose costose, si trasferisce in un motel sullo strip e vaga di bar in bar, perseguendo metodicamente il compito di distruggersi. Conosce una prostituta (che ne passa di tutti i colori), e fanno proprio una bella coppia: un ubriaco e una puttana, nella luce artificiale dei bar di Vegas o sotto il sole impietoso del deserto. Perché Vegas è questo: un giocattolone colorato e senza amore, buttato in mezzo a un deserto di sabbia, pietre, polvere. Lo sfondo perfetto.

Nessuna speranza, quindi. Né per i protagonisti né, sembra, per quel genere umano che si ostina a sfruttare i reietti e ad allontanarli quando non servono più, cercando di scacciarli dalla mente perché rappresentano la parte oscura di sé, quella che non si vuole accettare.

La storia finisce male, o benissimo, a seconda dei punti di vista e delle aspettative del lettore. Le mie, all'ultima pagina, erano pienamente soddisfatte. Le vostre non so.

John O'Brien non scriverà un altro libro, da dentro la sua cassa di pino. Ed è un bene -- che non ne scriva altri, non che sia defunto. Perché quando uno scrittore arriva così in alto, può solo scendere lentamente o precipitare.

John è rimasto in alto.

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28 marzo 2007

Arrivederci, e buon lavoro.

Non so esattamente perché. Può darsi perché DD mi ha detto che la Stratocaster non è la chitarra per me, e che mi ci vuole una Les Paul. O forse perché la mia Strato me l'ero costruita con mesi di lavoro, imparando un sacco di cose e ricevendo pure complimenti da un liutaio di Firenze.

Una Strato un po' diversa, con tastiera full scalloped (come la Malmsteen) e 3 humbucker Seymour Duncan che suonano grossi grossi. Insomma, una cosa che non si vede tutti i giorni o nei negozi.

Ebbene, oggi l'ho venduta. A una persona che sembra averla capita e apprezzata per come l'avevo concepita e per come l'ho messa insieme. E questa è la cosa più importante: la suonerà, probabilmente più e meglio di me. La mia Strato avrà una seconda vita (quasi una terza, visto che alcuni pezzi erano usati) e vivrà nella musica di qualcuno. Questo mi fa felice, anche se me ne sto per separare.
Qui c'è l'album dei ricordi e qui (1 , 2 e 3) il fotoracconto del manico.

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20 marzo 2007

Jay McInerney, Le mille luci di New York.

Per la serie I migliori libri della mia vita (fino a qui), oggi vorrei scrivere qualche appunto su un romanzo che letto e regalato e poi riletto. Si tratta de Le mille luci di New York (1984) * di Jay McInerney.

Tempo fa ne è stato tratto anche un film diretto da James Bridges che ha dato a Michael J. Fox il ruolo da protagonista. Non indimenticabile.

Ma torniamo al libro.
Jamie voleva fare lo scrittore e invece si accontenta di un lavoro da redattore in una rivista. Jamie ha amato una donna, una modella cresciuta in campagna a cui fa conoscere le bright lights di New York. Ma lei non gli rende la cortesia, e lo lascia solo. Così Jamie affoga il dolore nell'alcool e nella coca.

Trama banale? Può darsi. Quanti uomini persi in un bicchiere sono stati raccontati nella storia della letteratura? Tuttavia Le mille luci è un piccolo tesoro da scoprire pagina per pagina.
Innanzitutto, il registro narrativo. Gran parte delle riflessioni amare di Jamie sono scritte in seconda persona. Scorrendo l'apparentemente inarrestabile caudta verso il basso di questo brillante ragazzo di NY, mi sentivo coinvolto, protagonista, seduto su uno sgabello davanti all'ennesimo cocktail alle 3 del mattino, frustrato di un lavoro diverso dai miei sogni, disperato per l'abbandono di una donna che avevo amato e curato come un fiore e che, un bel mattino, se n'è volata via.

E di questo passo, in un crescendo di sconfitte e rivincite, notti agitate, donne e alcool, finché. Punto.
Sì, perché questo finché ha bisogno di uno spazio suo. Finché c'è una svolta. Finché scatta un meccanismo per cui bisogna risalire la china, a tutti i costi. Le mille luci è il racconto del ricominciare a vivere, del riprendere la propria esistenza tra le mani e dirsi pronti a ripartire da dove si era presa la strada sbagliata.

Le mille luci è stato un libro importante nella mia vita, nonostante le sue poche pagine e il film che l'ha superato in notorietà (ma non in qualità), perché in uno scaffale pieno di sconfitte e finali tragici, è sempre stato un piccolo, flebile raggio di luce.

Una speranza, se ci credi e se te la vuoi guadagnare, può esserci anche quando si toccato il fondo.

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18 marzo 2007

SUN18.

Sto camminando lento in questa domenica sera di provincia. E' quasi lunedì.
M non importa.
Si alza un vento inusuale. Qui, di solito, non si muove foglia. Invece stasera è diverso. Le cartacce e i tovaglioli, di fronte alla gelateria, volteggiano in aria, poi cadono sull'asfalto. Poco distante, il vento solleva una polvere grigia, la stessa che copre i vetri delle auto parcheggiate.
L'ultima di luce: piatta, biancastra. Il buio avrebbe pietà di queste strade.
Una donna sola fuma seduta su una panchina. Il vento le posa una pagina di giornale sulla caviglia. Lei la scosta, getta la sigaretta, e se ne va.

D'improvviso, ho così tanti ricordi, proprio io, che dodici anni fa decisi di passare la spugna sul mio passato, e dimenticare tutto per trovarmi senza memoria, come se fossi appena nato.
Domenica era il titolo di un racconto, anzi, di una novella, come diceva l'autore. Quattro pagine così piene di disperazione da sembrare vere: i sogni non si avverano mai. Tutt'al più, non accade nulla, e la domenica si consuma. So, adesso, di aver aggiunto dolore a quella disperazione. Questo me lo ricordo.

Ma cos'è accaduto prima? Che cosa facevo prima di allora, come trascorrevo le domeniche, come arrivavo, ogni volta, ad un nuovo lunedì?
Ricordo certe domeniche d'autunno, passate a guidare la mia Vespa bianca per le strade di Genova, sentendo l'aria umida entrarmi nella giacca.
Ci sono volte in cui non riesco a spiegarmi come i miei passi sono potuti finire qui, sul sagrato di una chiesa fuori Torino ed io, naufrago in una terra senz'acqua, ad osservare famiglie che tornano a casa, auto parcheggiate, vecchi giornali.

Domenica. Guardo spesso l'orologio. Eppure non riesco a memorizzare l'ora. Vedo il datario che dice SUN18, con quel SUN in rosso, come a volermi ricordare che qualcuno, da qualche parte, sta festeggiando questo giorno. Non so che ore sono, ma si sta facendo sempre più buio.

Per strada, di fronte al mio portone, i ragazzi parlano a voce alta; le ragazze chiedono una sigaretta. Un'auto passa veloce, alzando un po' di polvere. Ma il vento è già cessato.

La porta che si chiude, lasciando fuori, nel buio della scala, gli ultimi brandelli di domenica.

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16 marzo 2007

Chinese food.

Sono le nove passate e sono comodamente seduto su una sedia laccata di un ristorante cinese. Il ristorante è il Dong Hua, qualunque cosa voglia dire, in quel cesso di strada che è Corso San Maurizio, dove ho avuto la sfortuna di abitare per quasi tre anni.

Quando vivevo in centro, la gente mi diceva "Ah, bella Corso San Maurizio!", e siccome spesso erano torinesi, concludevo il discorso con un sorrisetto, senza ribattere, senza condividere il mio odio per quel luogo.Ma intanto nella mia testa mi immagino uno stormo di B52 pieni fino all'orlo di Napalm sorvolare la Vanchiglia e, al momento opportuno, trasformarla in un cumulo di macerie fumanti.

Torniamo al ristorante. Sto cercando di scorrere il menu, ma i discorsi di un tipo seduto a qualche metro da me mi distraggono. Il professorino è al tavolo con una ragazza, e parla, parla, parla senza sosta. L'ha portata al cinese in un penoso tentativo di etnico-a-basso-costo? Fa sfoggio di una cultura appicicaticcia da forse non tutti sanno che. Spara una cazzata dietro l'altra, senza sosta. Le spiega, fatto interessantissimo, che kompass viene dal russo non so cosa e signfica bussola, quell'arnese che segna il nord il sud l'est e l'ovest. Deficiente, la bussola segna solo il nord, gli altri punti li deduci. E poi che fai, lo racconti ad una ragazza? Guarda che non è scema: lo sa cos'è una bussola e a cosa serve.

Vorrei alzarmi, avvicinarmi a lui, guardarlo fisso negli occhi e dirgli che se continua di questo passo, al massimo se la può scopare in sogno. Ma nn lo faccio. Voglio vedere fino a che punto è capace di arrivare.Poi la ragazza si alza, e mi passa accanto per raggiungere la toilette. Capisco molte cose.Primo. La ragazza è cinese, motivo per cui il professorino le parlava come si parla ad un'idiota.Secondo. Lui è un idiota. Porti una ragazza cinese in un mediocre ristorante cinese di Torino? Che cosa pernseresti se una ragazza americana ti portasse a mangiare una pizza da Sbarro?

Torno al mio menu. Io adoro i ristoranti cinesi. Sono tranquilli, economici e i camerieri sanno farsi i fatti propri. Sono i luoghi migliori dove rifugiarsi quando si è fatto qualcosa che non andrebbe fatto. Nessuno ti chiede nulla, mangi, paghi ed esci. Fine della transazione. La vita dovrebbe essere un grosso ristorante cinese, con i mobili laccati e il bagno pulito. Invece somiglia ad una mensa affollata e rumorosa.

Il menu. Mi accorgo che, nonostante gli sforzi profusi, tendo a ordinare gli stessi sei-sette piatti. Panino cinese al vapore, pollo con le mandorle, riso con i gamberi. Ci sono decine di pietanze di maiale, vitello e soia che non riescono a persuadermi. Nulla da fare. Prenderò il panino cinese e il solito pollo alle mandorle. Non ho voglia di farmi stupire. Il professorino ha ripreso a sfoggiare la sua erudizione da figlio di papà, la ragazza reprime uno sbadiglio. Il cameriere mi porta il mio pollo alle mandorle.

Va tutto bene.

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14 marzo 2007

Ian McEwan, Il giardino di cemento.

Per la serie I migliori libri della mia vita (fino a qui), comincio con questo inquietante romanzo di McEwan.

Durante una torrida estate inglese, dato climatico che contribuisce a creare un'atmosfera pesante e morboso, quattro fratelli adolescenti che rimangono orfani: indifferenti alla morte del padre, pensano quindi di occultare il cadavere della madre, donna fragile e assente, in una colata di cemento.

La vita nella casa, sperduta in una squallida periferia, è ora affidata a Jack e Julie, i più cresciuti, che menano un'esistenza turbolenta e morbosa, dividendosi tra approcci incestuosi e atteggiamenti di sadismo, nell'indifferenza del mondo esterno. Un mondo, normalmente fatto di vicini, parenti, amici, istituzioni, che pare completamente assente o troppo impegnato per curarsi di quattro ragazzini allo sbando.
Il susseguirsi dei giorni è la ricerca empirica e dolorosa dell'identità sessuale, lo sfogo degli istinti in assenza di vincoli e costrizioni, la metafora dei rischi di una comunità senza regole.
Anziché cercare un aiuto dal mondo esterno, i ragazzi alzano un muro per difendersi da sguardi indiscreti.

Il giardino di cemento è una lettura ghiotta per gli affamati di atmosfere surreali e morbose: McEwan è ed è sempre stato bravissimo a descrivere lo stato d'animo e le fantasie dei bambino, anche quelle più recondite e spiazzanti. Il rapporto tra Jack e Julie sfocerà nell'incesto, mentre ai fratellini non lesinano giochi sadici e attenzioni pruriginose.

Eppure in questo libro non ci sono buoni né cattivi. Ci sono degli innocenti che, privi di qualunque guida morale e spirituale e senza limiti e regole, intraprendono un tortuoso percorso per definire la propria identità di ruolo e di genere, per fare conoscenza del proprio corpo, per sopravvivere.

Nel grande e desolato giardino di cemento, metafora dell'anomia del vivere contemporaneo, i ragazzini non commettono peccato né meritano condanne perché, lasciati soli, non sono in grado di distinguere il bene dal male, così come lo intendiamo secondo i canoni della morale cristiana o dell'autorità costituita.

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06 marzo 2007

I migliori libri della mia vita.

[Aggiornamenti]:
            • Ho sostituito l'immagine a sinistra perché il proprietario mi ha piantato un casino che non finiva più. Per pudore, risparmio il link al suo blog.
            • Ho inserito altri titoli nella lista. Adesso ho la certezza che non scriverò mai TUTTE le recensioni.
L'inizio di questo post è quanto meno presuntuoso. A 32 anni e con una cultura medio bassa, ci vuole una bella faccia tosta a parlare dei libri di una vita o, peggio ancora, di una selezione di essi. Ringraziando il cielo non ho le carte in regola per fare il critico letterario o più semplicemente per disquisire di scrittura (che è una porzione della letteratura): guadagnerei ancora meno del mio già magro stipendio.

La realtà è molto più semplice. Vorrei tenere traccia e memorizzare le mie riflessioni su quei libri, soprattutto narrativa, ma anche saggistica e in misura minore poesia, che hanno avuto un ruolo nel formarmi come lettore. C'è il rischio di banalizzare l'intento e finire con un becero Quali sono i dieci libri che mi porterei su un'isola deserta? Posso evitarlo, se ce la metto tutta.

Libri, si diceva. Libri che mi hanno fatto bene e che sono finiti troppo presto o al punto giusto o come desideravo. Guarda che è una gran fortuna, quando va così.
Perché si dovrebbe scrivere un post a parte su tutti quei libri che, per la loro manifesta bruttezza o per la loro irrecuperabile inutilità, non avrei mai voluto leggere. Una vera perdita di tempo.

Ma torniamo a quelli buoni. Adesso, il compito più difficile. Abbozzare l'elenco dei libri e - ma qui siamo nella fantascienza - scrivere un post per ogni libro.

Sto divagando. Ho qualche incertezza.
Per qualche strano motivo mi stanno venendo in mente i libri inutili prima di quelli memorabili. Alcuni libri sono divenuti inutili nel tempo, ovvero mentre acquisivo consapevolezza dello scrivere e del leggere. Penso, ad esempio, a molte cose di Kerouac. Letto diciamo tra la terza e la quinta liceo, Kerouac mi sembrava illuminante. Ma già allora stavo mentendo a me stesso. Mentre avanzavo con fatica (avevo molto tempo) tra le pagine de I vagabondi del Dharma o La città e la metropoli, mi rendevo conto che quei testi non sarebbero stati per me, adolescente nato e cresciuto in Italia, un'occasione di arricchimento cognitivo e morale. Era l'America degli anni 50, e vivaddio c'era il vecchio Jack a raccontarcela, ma non avevo riferimenti nel mio vissuto quotidiano tali da potermi immedesimare nei personaggi e vivere la storia da dentro. Sulla strada, sì: mi fece sognare, mi commosse, mi mise addosso la voglia di viaggiare per il gusto di farlo. Ecco, Sulla strada sarà uno dei titoli. Troppo scontato? Può darsi.

Ecco, ho divagato ancora. Ho parlato non troppo bene di Kerouac che se mi sente la Pivano si infuria. Dovevo scrivere dei libri edificanti per il mio spirito e ho cominciato con le critiche.
La tentazione di mettere in mezzo Coelho e il suo imbarazzante campionario da piazzista della religione, è forte. Ma me ne guardo bene.

E allora, dopo molte, troppe divagazioni, forse riesco ad arrivare all'elenco dei titoli.
Rullo di tamburi.
L'ultima premessa, lo giuro, ma è necessaria. Anzi, sembrerebbero due:
  1. Nell'elencare i titoli non seguirò alcun ordine, né alfabetico né cronologico né affettivo. Casuale.
  2. Quando e se ci riuscirò, dei libri non scriverò sinossi o critiche intelligenti o approfondimenti sui personaggi, ma solo quello che mi ricordo.

I migliori libri della mia vita (fino a qui).
Seguono aggiornamenti.

Il simbolo *, bontà mia, è un link all'opera (fonti varie). Editore, ISBN e altre menate ve le cercate voi.
  • Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960) *
  • Ian McEwan, Il giardino di cemento (1978) *
  • John O'Brien, Via da Las Vegas (1990) *
  • Josephine Hart, Il danno (1999) *
  • Chaim Potok, La scelta di Reuven (1987) *
  • Jay McInerney, Le mille luci di New York (1984) *
  • Heinrich Böll, Opinioni di un clown (1963) *
  • Michel Houellebecq, Piattaforma (2003) *
  • Gunter Grass, Il tamburo di latta (1959) *
  • Kary Mullis, Ballando nudi nei campi della mente (2000) *
  • Jack Kerouac, Sulla strada (1951) *
  • Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (1866) *
  • Joe R. Lansdale, Maneggiare con cura (2004) *
  • Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, (1932) *
  • Charles Bukowski, Compagno di sbronze (1967) *
  • Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (1889) *
  • Pierpaolo Pasolini, Ragazzi di vita (1955) *
  • Lyman Frank Baum, Il mago di Oz (1900) * *
  • Beppe Fenoglio, La malora (1954) *
  • Woody Allen, Saperla lunga (1971) *
E' un elenco soddisfacente ed esaustivo? Nemmeno per idea. Eppure è troppo lungo, e sono quasi sicuro che non riuscirò a scrivere altrettanti articoli.

E ora come lo chiudo, questo post?

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27 febbraio 2007

La macchina dell'uomo ragno.

Questa mattina mentre guidavo per andare in ufficio, osservavo un ragno che stava tessendo indisturbato una tela sul cruscotto della mia vecchia Ford.
Si calava da una parte all'altra della strumentazione, confondendosi con la lancetta del carburante. Quando decideva di essere sceso abbastanza, si arrampicava rapido ed iniziava da un altro punto. Aveva il ventre gonfio, credo che dovesse deporre le uova.
Così ho pensato: "Se ora mi pizzica, magari mi trasformo nell'Uomo Ragno e salvo il mondo dal suo crudele destino."
Invece l'aracnide ha continuato imperterrito a tessere la sua tela e a ispezionare la mia automobile.
Mentre parcheggiavo, si stava divertendo sul reset del contachilometri, come un criceto sulla ruota, ma un po' più piccolo.
Non ho salverò il mondo dal suo crudele destino. E probabilmente non l'avrei fatto nemmeno con i superpoteri. Mi sarei accontentato di cambiare canale lanciando una ragnatela contro il televisore.

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16 febbraio 2007

E non succede nulla, se non l'assenza.

C'è un significato simbolico nell'arsura di questo inverno. Le strade e i marciapiedi e le auto coperti di polvere sembrano dire polvere eri e polvere ritornerai.

Respiro male, e sto dimagrendo. Nessuna crescita.

Vorrei poter scrivere che stanno succedendo molte cose, e che non riesco a capirle o a gestirle. E invece è solo una lunga attesa, che non passa mai e non porta niente, come i turni di guardia in caserma.

Si aspetta l'alba per riniziare la stessa giornata: prendere ordini, pulire, mangiare, dormire. Non un nemico da combattere, non un colpo da sparare.

Sto passando le mie giornate ad erigere difese e scavare trincee per combattere solo contro me stesso. Lo faccio di nascosto, perché nella mia vita ho maschere, doveri e ruoli: c'è un lavoro che va fatto, ci sono persone da salutare. Per ora il meccanismo funziona.
Polvere eri e polvere ritornerai.
Magari più tardi, grazie. Ho ancora gambe forti e quel briciolo di gratitudine verso la vita che mi fa pensare che poteva andare peggio, molto peggio.

Ad esempio, incontrare il fesso che dice se non succede nulla dipende da te e dalle tue azioni, la tua vita è nelle tue mani. Grazie al cielo, vado in macchina, e parlo di rado con la gente.

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13 febbraio 2007

Il fratello del figliuol prodigo.

Era ancora giorno che finalmente la terra ha avuto la pioggia. La polvere per qualche ora cederà il posto a piccole pozze di fango. Le erbacce cresceranno forti tra il catrame, i kleenex e i muri delle fabbriche. Poi tornerà la terra secca, la polvere.

Io faccio fatica. Lo sto pensando spesso. Speravo di uscire sotto uno scroscio d'acqua, e invece le strade si stavano asciugando.
Avrei voluto un po' di acqua sulla mia testa.
Acqua sporca.
Fatica. Sì.

Tutti ne fanno, di fatica, e il giorno è duro per tutti, come mi ricordava tempo fa un tale a cui ho alleviato centinaia di giorni, e dato riposo la notte. Ma d'altronde, chi non sopporta l'ingratitudine non faccia del bene. Dovrei tacere. Ma detesto gli ingrati.

E il giorno era ancora più duro allora, quando mio padre e mia madre scappavano sulle colline, lontano dai bombardieri tedeschi.
Ma certo, è sempre stata dura. E' sempre stata più dura. Eppure.
Eppure me se sto chino, ogni sacrosanto giorno, a lavorare la terra - metaforicamente, sia detto - e a contare le ore che separano il sonno dalla veglia, e la veglia dal sonno. Me ne sto qui, esule, straniero, nemico. Non so più qual è la mia casa, la mia famiglia.

E' finito un altro giorno. Mi chiedo cosa mi rimane. Poco. Un pensiero, nemmeno bello: che a lavorare la terra in silenzio ci si guadagna, tutt'al più, il dolore alla schiena.

(Gwen Raverat, The prodigal son)

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12 febbraio 2007

Ho sempre viaggiato solo, con fatica.

Non piove e non c'è vento, e la polvere rimane a terra. Ad ogni ruota che corre sull'asfalto in viaggio verso chissà dove, la polvere si alza, volteggia, si posa sui rifiuti e sulle erbacce, e ricade a terra. Come morta.

I miei giorni e le mie notti si susseguono con rapidità, tutti molto uguali, e mi lasciano poche, sconsolanti certezze. Io credo che arrivi un punto nella vita in cui si crea un baratro insuperabile tra il proprio presente e il proprio passato. E mentre fino a qualche tempo fa era facile saltare dall'uno all'altro e rivivere, anche se per poche ore, la mia vita (quasi) spensierata di figlio, di studente o di soldato, oggi (metafora temporale: diciamo da qualche tempo) questo salto non è più possibile, e la mia vecchia vita la posso vedere solo da lontano, come dal finestrino di un treno che si allontana.

Così si acquisiscono poche, dolorose consapevolezze: ho impiegato gli ultimi dieci anni per persuadermi che la vita è un viaggio che si intraprende soli o, meno frequentemente, in cattiva compagnia. In nessun caso e per nessun motivo posso sperare di contare su qualcuno, al di fuori di me stesso. Io, nella vita mia e in quella degli altri, sono un viaggiatore solitario, con il mio bagaglio leggero, e la testa bassa. Ho sempre viaggiato solo, con fatica.

Ieri notte, domenica notte. Si alza un po' di foschia sulle mie finestre. Le mie misere cose perdono i loro miseri contorni. Tanto meglio, penso.

Girandomi da fianco a fianco, ho due soli desideri da esprimere: riuscire a far sgorgare una lacrima da questi miei occhi aperti nell'oscurità, e che questo giorno, questo terribile giorno abbia fine.

La sorte, buona o cattiva che sia, mi nega il primo: è destino che da questo mio cuore di pietra non si cavi una goccia di sangue.

Il tempo segue il corso naturale, e si porta via queste ultime, scellerate ore che mi separano da un'altra alba, esaudendo il mio piccolo, povero, secondo desiderio.

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05 febbraio 2007

Tornando a Genova.

Stavo scrivendo nel titolo Tornando a casa, come se continuassi ad associare Genova alla mia idea di casa, come se l'alloggio per cui pago un mutuo e litigo con la società dell'acqua potabile ancora non fosse casa mia. Poi ho scritto Tornando a Genova, forse è più discreto così. Casa.
E' venerdì sera e me ne sto qui, accovacciato su un sedile di un Intercity sporco come un diretto e costoso come un Eurostar, con La versione di Barney sulle ginocchia, seguendo il corso dei miei pensieri. Sto andando a casa, me ne sto andando da casa.

Mi accorgo di un'altra associazione di idee piuttosto ricorrente nella mia testa matta: se penso al passato, penso al '95-'96. Questi due anni, non pirma né dopo. Ho la consapevolezza che anche il 1993 o il 1982 appartengono al mio passato, ma li considero anni di passaggio, non di svolta. Dal 1995 ho cominciato a dare una svolta alla mia vita, sperimentando fin dove poteva arrivare non tanto il mio autolesionismo quanto la mia mancanza d'amor proprio - una mancanza d'amore che naufrangava nell'odio. Non posso stare a scrivere qui in che cosa la metà dei '90 era diversa da oggi. Posso solo dire né Internet né la Fluoxetina erano alla portata dei poveri cristi come me. Eppure si arrivava a fine giornata lo stesso.
Casa.

Mentre il treno si avvicina a Brignole, mi avvicino alla porta e mi dedico ad origliare i discorsi dei passeggeri. In uno scompartimento di donne sole (non di sole donne, si badi bene), una zitella piena di sé sta tenendo una lezione sul tema Come ho sconfitto l'emicrania trasferendomi a Casale Monferrato. La poveretta dice teatralmente di aver vissuto 7 anni a Genova e di aver sofferto, per ogni giorno che il Signore mandava sulla terra, di una terribile emicrania dovuta al vento. Proprio così. La vecchia zitella era ossessionata dal vento, e ora nella sua cascina di Casale ( 500 mq su 3 piani più 1000 m di giardino, informa la pettegola) trascorre un'esietnza felice e senza mal di testa. Vorrei avere un briciolo di coraggio per prenderla per il collo e dirle che il vento ripulisce l'aria, porta via le polveri sottili e le nuvole, alza la qualità della vita. Ma no, lasciamola marcire nella sua amata nebbia, e chi se ne frega.

Casa, dicevo. Ultimamente sento il peso degli anni. Non i quasi 32 anni sulla mia schiena, ma gli anni dei miei genitori. Quando si vive lontani da casa, il tempo perde il suo andamento lineare e si trasforma in una sequenza di eventi che si succedono ad intervalli non sempre regolari. Tra un evento e l'altro passano generalmente un numero sufficiente giorni perché mi accorga che il tempo ha lasciato qualche segno. Ovviamente, in questo film io sono solo uno spettatore in terza fila: osservo da seduto e, quando le luci si riaccendono, mi alzo ed esco dalla sala. Altro non posso fare.

Vorrei solo avere più tempo.

Ho divagato. Ho iniziato scrivendo di uno dei miei ritorni a casa, ma in realtà sono andato fuori tema. Non importa. Non c'è più una frustrata insegnante di lettere a mettermi un 4 sul foglio protocollo. Questa, anche questa, è casa mia.

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03 maggio 2006

Il primo episodio dell'agente segreto Carmine Bellezza.


È arrivato questa mattina Ricordo perfettamente. Memorie di un funzionario, di Nino Vascon, autore che ho scoperto grazie a Golpitalia. God bless Ebay. Le notizie in rete sulle avventure dell'agente Carmine Bellezza sono molto poche. Credo che, letto anche questo volume, diventerò il massimo esperto su Vascon.

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21 aprile 2006

Le particelle elementari.

Esce oggi per la regia di Oskar Roehler il film tratto dall'omonimo romanzo di Michel Houellebecq; concorre per l'Orso d'Oro alla festival del cinema di Berlino.
Le particelle, che ho letto dopo Piattaforma e prima di Estensione del dominio della lotta, è un libro a metà, non incompiuto ma nemmeno completamente realizzato nelle sue potenzialità. Forse non del tutto maturo. Un romanzo che non mi ha convinto del tutto né lasciato un segno profondo. La storia ruota intorno alle vicende personali -- tragiche come si addice ai personaggi houellebechiani -- di due fratellastri abbandonati dalla madre e intrappolati nelle loro esistenze, diversissime ma ugualmente disperate. Un raggio di luce -- l'arrivo nelle loro vite di una forma d'amore -- si rivelerà breve, fatuo e impotente di fronte alle tenebre esistenziali.
Nel romanzo non mancano molte scene di sesso che invece pare siano state tagliate ed edulcorate nel film.
Le particelle è la prima riduzione cinematografica dei lavori di Houellebecq e, personalmente, avrei preferito un altro titolo, come i più incisivi Estensione o Piattaforma. Probabilmente il secondo è stato scartato per le accuse di xenofobia mosse verso l'autore. Insomma, per sciogliere i dubbi l'unica soluzione è andare al cinema.
In rete, una bella recensione di Valentina Pieraccini e un articolo sul Corriere.

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22 dicembre 2005

Tanti auguri nel cestino.


Sia chiaro: anche questo Natale, esattamente come lo scorso, cancellerò tutti gli SMS e tutte le e-mail di auguri preconfezionati che riceverò. Se credete di fare poca un bel gesto a scrivere una frase idiota e inviarla uguale a tutta la rubrica, con me risparmiatevelo pure.

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14 dicembre 2005

Denti.


Ieri il dentista mi ha consegnato la mia nuova placca di svincolo detta altresì bite. Assomiglia al paradenti da pugile. Mi ricorda quando ero bambino e portavo l'apparecchio mobile, ma privo dei ferretti di sostegno.
Perché ho pensato bene di spendere quei 300 euro per farmi fare un disgustoso oggetto di resina che lascia la bocca indolenzita e riarsa quando lo levo al mattino? Perché durante la notte digrigno i denti. Digrigno rumorosamente e pericolosamente i denti. Quest'estate ho rotto l'angolo di un incisivo. E allora ecco il morso di plastica. Di notte consumo il bite e salvo i denti.
Secondo la psicanalisi freudiana, digrignare i denti durante il sonno -- al pari del rosicchiarsi le unghie -- è un meccanismo di repressione della propria aggressività.
La metafora è che i denti e le unghie sono tutto ciò che resta della nostra natura ferina e selvaggia, gli strumenti con cui un tempo i nostri antenati attaccavano, si difendevano, si procacciavano il cibo. Tutto questo prima dell'invenzione degli avvocati e degli ipermercati Auchan.
Così, distruggere inconsciamente queste armi equivale a tenere a bada quel che resta della nostra natura aggressiva. Certo, per sistemare una questione di parcheggi a Mirafiori sud c'è sempre il crick, ma tant'è.
Semplificando un po' le cose, sono tutti d'accordo nel sostenere che chi digrigna i denti scarica nel sonno -- momento incoscente -- frustrazioni e nervosismi. Allora il morso di resina è solo un tampone, un palliativo momentaneo, non la soluzione al problema. E' come l'airbag quando si va a sbattere contro un palo: riduce il danno ma non elimina la causa.

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18 novembre 2005

Cascina Villafranca is back.

Dopo un periodo di pausa, la mia residenza settimese ha di nuovo avuto l'onore di ospitare per la notte l'amico Andrea in trasferta, troppo stanco per rimettersi in macchina. Un tempo era ospite fisso a Cascina San Maurizio, mia precedente residenza, mentre da un po' mancava all'appello da Cascina Villafranca.
E, per farsi perdonare una bottiglia di imbevibile cancarone portata in omaggio in occasione di un soggiorno torinese, ieri si è presentato con una confezione di cioccolatini di quelli buoni.

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04 novembre 2005

Crash2.

Sabato scorso ho avuto un incidente stradale. A Genova. Un ragazzino a bordo di uno scooter con la sua giovane fidanzatina ha visto bene di speronare la mia Vespa. I piccioncini sono caduti, lui si è messo a gridare come un ossesso, poi ha voluto l'ambulanza del 118 la visita al pronto soccorso dove con tutta probabilità gli avranno detto che hanno ben altro da fare che dare retta a tutti i cretini imberbi che non sanno guidare uno scooter di plastica.

Ma tant'è. Per farmi finire male anche qeusta settimana, mi ha costretto a leggere le sue stronzate a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno in cui afferma che la colpa è mia. E' chiaro come il sole: mi tampona ma poi gli spiace ammettere di essere il coglioncello che è e quindi chiede a qualche amico parafanghista di preparargli la letterina. Con dovizia di particolari: poverino, nella caduta gli si è rotto pure il cellulare e il maglioncino che fa così alternativo.

La cosa divertente è che immediatamente dopo l'incidente mi ha fatto una specie di velata minaccia del tipo Adesso spera che la mia ragazza non mi lasci per questo. Era scosso, il bambino, e ho lasciato cadere la cosa. Ma in cuor mio volevo rispondergli che la sua fidanzatina lo lascerà comunque e presto, e per motivi meno contingenti di una caduta dalla moto: per i graffi ci sono i cerotti, per la stupidità c'è ben poco da fare.

Contento lui.

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02 novembre 2005

Fuoriposto.

I miei amici guadagnano più di me. E guadagneranno molto più di me.
I miei amici hanno studiato duro mentre io facevo naufragio. Una volta tornato a riva, loro erano già lontani.
I miei amici bevono Martini e Rhum e Vodka e parlano di Treseghé; non so come si scrive ma loro dicono proprio così, Treseghé. E io non ho nulla da dire su Treseghé.
I miei amici comprano immobili, mobili ed automobili, poi li riempiono di libri, bottiglie, quadri e valigie ed altri amici che hanno un sacco di cose.
I miei amici giocano a fare il padre e la madre, e non sanno quanto io li vorrei qui, mio padre e mia madre.
I miei amici fotografano i bambini dall'alto e io vorrei dire loro che occorre essere alla stessa altezza del soggetto ma lascio perdere: io sono quello dei parcheggi di periferia.
Io sto lì, girando lo sguardo da una parte all'altra. C'è ben poco che io possa fare o aggiungere a questa nebbia fitta di discorsi.
Appoggio la testa ad un divano costoso.
Là sotto, in strada, non passa nessuno.

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