23 gennaio 2010

Nuovi Ashima AiRoTor Aro 08: non è solo questione di colore.

Qualche tempo fa, cercando nei negozi on line di componenti per bici, ho notato che i rotori Ashima AiRotor Aro 08, di cui ho scritto su questo blog, erano disponibili in una nuova versione, con la parte centrale colorata in rosso, oro, blu  o nero. La news è stata pubblicata recentemente sul sito del produttore taiwanese.


Il nuovo prodotto


A prima vista, si direbbe che si tratta solo di una modifica estetica, come spesso accade negli accessori aftermarket per mountain bike. Invece, se osserviamo il modello 2008-2009 con il modello 2010, notiamo che il rotore è stato completamente riprogettato, con le razze orientate in modo "tradizionale" (come nella maggior parte dei rotori) e non più in senso inverso, come si può vedere dal confronto delle due immagini (il modello 2009 montato sulla mia Giant Terrago e il modello 2010).


Il modello 2008-2009 nelle dimensioni 140, 160 e 180 mm (foto da mtbr.com)


Modello 2008-2009 da 180 mm.

 
Modello 2010, 180 mm, color version



Modello 2010, 160 mm, color version

Tale accorgimento consentirebbe una maggiore resistenza dei rotori alle deformazioni e in generale garantirebbero migliori prestazioni sotto sforzo rispetto alla versione reverse. Non so se è un caso, ma dalla nuova confezione è scomparso l'avviso che sconsigliava l'uso di questi prodotti in discipline gravity come il downhill e ne suggeriva l'uso per il cross country (vado a memoria). Nessun cambiamento nemmeno nei pesi dichiarati: gli Aro 08 continuano ad avere un peso piuma da record: 85 grammi per il 160 mm e 112 grammi per il 180 mm.
Ho utilizzato abbastanza intensamente la versione reverse, certo non per usi estremamente gravosi come il downhill, ma fino ad oggi non ho mai riscontrato alcun problema in termini di deformazione, consumo anomalo dei rotori o delle pastiglie, fading per eccessivo riscaldamento. Posso quindi immaginare che le modifiche introdotte renderanno questi rotori ancora più robusti ed affidabili, a vantaggio di una frenata pronta e modulabile.
La pista frenante, la dimensione e le forme dei fori non sembrano aver subito modifiche, con la consueta superficie forata che favorisce la dissipazione termica. Dopo quattro mesi di utilizzo vorrei anche sfatare il mito, molto comune nei forum, del consumo eccessivo di pastiglie dovuto, presumibilmente, ai grandi e numerosi fori: se le pinze sono montate correttamente e regolate simmetricamente rispetto al disco, il consumo delle pastiglie (metalliche) è fisiologico e uniforme.
Last but not least, la versione colorata è, da un punto di vista estetico, davvero azzeccata ed aggressiva.

Montaggio
Il prodotto è confezionato in un blister con fondo in cartoncino. Le viti autobloccanti sono incluse. Il retro della confezione presenta dettagliate istruzioni di montaggio, incluse indicazioni su coppie di serraggio consigliate e attrezzi necessari.
Una volta sganciate le ruote dala bici e svitati i rotori dai mozzi, si procede come di consueto al montaggio dei nuovi rotori.



Il retro della confezione


I modelli 2009 e 2010 a confronto

 
I due rotori da 160 mm e 180 mm.


La confezione di pastiglie metalliche Ashima.

Il montaggio delle pastiglie non comporta alcun problema. L'unica pecca è che nella confezione non sono incluse le forcellette d'acciaio. Purtroppo per il mio impianto Shimano non sono disponibili le nuove pastiglie a mescola mista Ashima SOS. Si prosegue quindi al rimontaggio delle ruote e al fine tuning delle pinze. Nessun problema al posteriore, mentre è stata necessaria qualche regolazione all'anteriore in quanto si verificavano strusciamenti del disco sulla pastiglia.



Rotore montato all'anteriore


Rotore montato all'anteriore (dettaglio)


Rotore montato al posteriore


Rotore montato al posteriore (dettaglio)


Il risultato finale sulla mia Giant Terrago 3.

Prova su (fuori)strada
Le condizioni metereologiche questa mattina non erano molto favorevoli: cielo coperto, freddo intenso, umidità prossima al 100%. Però non ho resistito alla tentazione di provare il nuovo equipaggiamento Ashima e ho quindi optato per la classicissima Castiglione-Bardassano-Gassino, percorso brake test che ho descritto qui. Data la brevità del percorso, non ho potuto effettuare una prova approfondita dei prodotti montati. Diciamo che è stato un test preliminare cui seguiranno altri più impegnativi.
Sulla discesa sterrata di Bardassano, il fango della settimana scorsa ha lasciato il posto ad un terreno duro e ghiacciato dove non mancano tratti innevati di fresco. Le chiome degli alberi sono ricoperti da uno strato di brina. L'aria è frizzante, umida. La luce filtrata dalle nuvole contribuisce a creare un'atmosfera suggestiva.


La discesa si fa presto ripida ed è il momento di provare i freni. Si abbassa la sella, si sgonfiano un po le gomme, e si inizia a pedalare per prendere velocità prima del tornante. La mia prima, rassicurante sensazione è che non ci sono cambiamenti sostanziali rispetto ai precedenti rotori, se non qualche rumorino dovuto che andrà via terminato il rodaggio. La frenata è esattamente come mi aspettavo: potente, controllabile e modulabile. Le pastiglie mordono bene la superficie del disco, permettono staccate in tutta sicurezza evitando i pericolosi bloccaggi dell'anteriore.
Il posteriore è quello che da subito dà il feedback migliore: più silenzioso rispetto alla vecchia combinazione, forse un pelo più potente. Dall'anteriore, specie dopo aver spremuto la leva con forza, arriva qualche vibrazione, che -- ne sono certo -- se ne andrà via appena il tutto si sarà assestato e dopo un secondo fine tuning della pinza. Il sistema rotori più pastiglie inizia a darmi soddisfazioni.
La potenza frenante è tanta e la si dosa bene. Il fondo è quanto meno indicato per le mie coperture Kenda, e qui frenare non è solo una questione di diminuire la velocità, ma anche di mantenere la traiettria e il controllo del mezzo. Una caduta a 40 all'ora su un fondo semicongelato non sarebbe un evento impossibile.
Concludo lo sterrato con confidenza, e passo alla seconda fase: la resistenza alla frenata prolungata. Inizia infatti un lungo tratto asfaltato con una pendenza significativa che consente di arrivare a 50 all'ora in breve. Lo percorro tenendo sempre premute le leve, mantenendo costante la frenata ma senza scendere mai sotto i 30 all'ora: con questi parametri, lo sforzo a cui sto sottoponendo soprattutto l'anteriore potrebbe causare il fenomeno del fading, ovvero la diminuzione della potenza frenante per l'aumentare della temperatura della superficie frenante. Ma andiamo sul sicuro: la dissipazione è, come di consueto, ottima, e non si percepisce una minima variazione della potenza. Arrivati nel centro di Gassino a velocità sostenuta (complice un cane che mi inseguiva tentando di azzannarmi una caviglia) lascio finalmente le leve dei freni e dò una rapida occhiata. Il test, per quanto breve, si può dire concluso con esito decisamente positivo. Non vedo l'ora che il tempo migliori per addentrarmi nei sentieri della collina dove la capacità frenante fa davvero la differenza e dove le sollecitazioni sicuramente maggiori possono fare emergere in maniera significativa la modifica da reverse a tradizionale.

Conclusioni e note finali.
Come immaginavo, la nuova versione dei rotori Ashima soddisfa in pieno le aspettative: più potenza e dissipazione, meno peso. Le pastiglie hanno prestazioni corrette e rumore contenuto. Sono convinto che con impianti più performanti del mio Shimano BR-M485 possano dare prestazioni superiori.
Consiglio questi rotori sicuramente per usi cross-country e marathon, ma credo che siano ormai maturi per essere messi alla prova in discipline gravity. Il fattore estetico non è trascurabile.

Problemi riscontrati.
Nessun problema tecnico riscontrato. La verniciatura sembra delicata: alla fine della mia uscita ho riscontrato qualche graffio dovuto probabilmente alla ghiaia saltata.

Informazioni aggiuntive
Brian, autore del blog Gram Light Bikes, ha già potuto montare sulla sua bici sia questi dischi che il nuovo impianto frenante Ashima PCB, come ci racconta in questo post.
I prodotti Ashima sono distribuiti in Italia da Mandelli.

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17 gennaio 2010

Strada Gassino Bardassano [brake test].

Il loop che descrivo è divertente e costituisce un valido allenamento che può essere effettuato in meno di un'ora e mezza. 
L'applicazione Nokia Sports Tracker mi ha tradito pochi metri dopo la partenza, così non sono in grado d uploadare il percorso e la traccia GPS di questo giro. Tuttavia è abbastanza semplice: basta raggiungere Castiglione Torinese (io sono partito da Settimo Torinese, percorrendo il sentiero che corre lungo il canale Cavour), imboccare Via Mario Caudana e salire fino alla Rezza di Bardassano; da qui girare a sinistra e imboccare una strada sterrata abbastanza ampia che si chiama strada Gassino Bardassano. Come dice il nome, dopo qualche kilometo si arriva nel centro di Gassino Torinese. Da qui si ritorna al punto A.
Il primo tratto, fino alla Rezza, si percorre principalmente su asfalto, tra i tornanti che si arrampicano sulla collina in direzione di Chieri. La salita non è mai particolarmente dura. Bisogna solo fare un po' di attenzione agli automobilisti che percorrono questo tratto a velocità sostenute, soprattutto in curva.
Arrivati alla Rezza si imbocca la Strada Gassino Bardassano. Se asciutto, il fondo è duro, con un alternarsi di terra compatta e tratti ghiaia di piccolo calibro. In giornate come questa, dopo molta pioggia e neve, il fondo si presenta coperto da uno strato di fango di altezza variabile, sempre percorribile, con pochi tratti più profondi, di solito in zone all'ombra e in prossimità di neve non ancora sciolta. Fango e neve, il giro di oggi lo conferma, non sono i terreni preferiti dalle mie Small Block 8.
Dopo poche centinaia di metri, inizia la parte in discesa, sempre ampia e non tecnica, con alcuni tratti più ripidi e un paio di curve decisamente coperte di fango. Le foto qui sotto sono state scattate all'inizio della discesa, dove mi sono fermato per diminuire la pressione (molto alta) delle gomme. Come si vede il terreno è coperto di fango. Qui è facile arrivare a velocità di 50 kmh ed un paio di freni potenti e modulabili fanno la differenza tra una discesa affrontata in sicurezza e una prosaica caduta nel fango. Ancora una volta, la mia coppia di Ashima AiRotor sono stati perfettamente all'altezza della situazione, permettendomi di dosare continuamente la forza sulle leve, di calibrare specialmente la frenata anteriore, di controllare senza esitazione la traiettoria della bici, nonostante la vocazione tipicamente hardpack delle coperture.






Visualizza Indicazioni stradali per Strada Gassino Bardassano in una mappa di dimensioni maggiori

E' un itinerario facile e sempre percorribile che consiglio, ideale per quando ci si vuole sgranchire un po' le gambe e divertire in discesa.

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07 gennaio 2010

Test Kenda Small Block Eight su neve (e fango, tanto per cambiare).



Non soddisfatto della prova del fango di qualche settimana fa, ieri ho deciso di fare un breve test nella neve e mi sono diretto sul lungo Po, tra San mauro e Settimo, nei sentieri tra i campi di granturco e i filari di pioppi.
Lo strato residuo di neve era abbastanza sottile (direi 4-5 centimetri, a parte alcuni punti in cui si era accumulata) e molto dura e compatta. Nei tratti soleggiati era il fango a farla da padrone.
Le Small Block Eight (ora disponibili anche al profumo di pino: ma perché?) non sono gomme M+S (mud and snow), ma dalla prova fatta devo dire che sulla neve compatta mantengono una trazione e un grip quasi inaspettati. Colpito dalle performance ho affrontato un paio di discese e relative salite e ho avuto conferma che i piccoli tasselli delle Kenda (anche a pressioni stradali) sulla neve compatta non perdono aderenza. Anche in frenata ci mettono del loro: a patto di dosare bene la forza sulle leve, le ruote non si bloccano. Davvero una sorpresa!
Sul misto stretto, le curve nei sentieri innevati si affrontano in discreta sicurezza (un po' di sensibilità serve sempre), ma quando dalla neve si passa al fango, è più facile perdere aderenza a causa dello scarso drenaggio.
Ancora una volta, le SB8 non sono coperture invernali (così come non sono da fango) ma in caso di neve i tasselli hanno il grip sufficiente a rimanere in sella.

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29 novembre 2009

Kenda Small Block Eight, prova su e giù per la Collina di Torino.

Fa' la cosa giusta.
Per l'inverno ho deciso di concentrare i miei sporadici allenamenti prevalentemente su strada per incrementare un po' di muscoli e soprattutto fiato e resistenza. Ho quindi sostituito le coperture di primo equipaggiamento della mia Terrago con un paio di Kenda Snall Block Eight (John Tomac Series) 26 x 1.95, versione pieghevole. Per inciso, si tratta di una versione derivata dalle Navegal, ma con tasselli più piccoli e ravvicinati, e doppia mescola (morbida ai lati, più scorrevole al centro).



La scelta è motivata da alcune considerazioni. Primo: per uso XC sono tra le più scorrevoli, ovvero offrono meno resistenza e attrito al rotolamento, il che le rende ideali per terreni compatti e duri nonché per strada. Secondo: sono le più leggere, davvero; stiamo sui 450 grammi l'una.Terzo: esteticamente sono gradevoli, ma questo è un di cui.



La prima operazione è stato il montaggio, non semplicissimo se siete abitutati a coperture rigide con il cerchio in acciaio. Le folding vanno adattate e aggiustate spesso durante il montaggio su cerchio, e non è da escludere che, una volta terminata l'operazione, si debba sgonfiarle le camere, risistemare la copertura e ringonfiare. Alla fine ci si riesce.



Andiamo alla prova pratica.
La primissima sensazione che ho provato sollevando la bici è stata di leggerezza. Certo, le gomme di primo equipaggiamento erano due macigni, ma la differenza di peso è notevole a vantaggio della pedalata.
Il test che avevo pensato ha avuto un fuori programma, un intinerario non previsto. Lo vedremo dopo. La parte programmata, invece, si è svolta su un percorso misto, metà su asfalto, e metà su sterrato compatto (ghiaietta, terra dura), ovvero da Settimo Torinese attraverso Castiglione in direzione Chieri fino alla Rezza di Bardassano, e quindi tutta la strada Gassino Bardassano fino a Gassino. Nella mappa qui sotto,è grosso modo il percorso che va da A a E (trasferimento Settimo Castiglione escluso).





Il comportamento su asfalto delle Small Block è stato anche superiore alle aspettative. La resistenza al rotolamento è davvero ridotta e, conseguentemente, si disperde molta meno energia in pedalata. Quest'effetto è coadiuvato da un peso molto contenuto delle coperture. Nella salita pedalata su fondo duro, lo Small Block  si rivela quindi una copertura di primissima scelta ma dà grandi soddisfazioni anche su altri aspetti: la tenuta su sterrato e ghiaia, e l'ottimo comportamento in frenata, anche brusca. Il controllo e l'aderenza sono costanti e trasmettono generalmente fiducia e sicurezza. Anche con gonfiaggi a pressioni elevate (io sono partito con 3.5 bar proprio per faticare meno su asfalto), la tenuta è davvero soddisfacente. E se il sentiero presenta vegetazione, foglie, un po' di terreno smosso o molta ghiaia, niente paura: queste coperture non vi tradiranno. Ma lo ribadisco: su asfalto la differenza con le mie precedenti Kenda di serie è stata enorme. Tant'è che, senza averlo programmato, una volta sceso a Gassino, ho deciso di affrontare il mio demone e di salire alla Basilica di Superga, via Rivodora (si sale dalle parti di Sambuy).



La strada, tutta asfaltata, è abbastanza tosta se non si ha un allenamento almeno discreto. E qui le Small Block mi hanno dato una manona: non dico che è come stare su una bici da corsa, ma vanno su che è una meraviglia. E infatti, eccomi arrivato sul piazzale della Basilica, accolto da uno sprazzo di sole e da un bel cielo blu.




Ok, questa è la salita. Ma per scendere da  che parte si va? O a ritroso sull'asfato oppure per i sentieri come il 26, il 28 e il 29.


Visualizza 26-28-29 in una mappa di dimensioni maggiori


Fa' la cosa sbagliata.
Montare un paio di Small Block ad inizio inverno, con probabilità di pioggia e terreni fangosi, non è una buona idea o, almeno, non è tra le più sensate. Soprattutto se si decide di abbandonare il bitume e seguire i sentieri fangosi della Collina.Perché sul piazzale ho scambiato quattro chiacchiere con un biker esperto ed è finita che l'ho seguito nella dicesa. La mappa qui sopra, ad opera di Glaucoso, mostra i sentieri 28 e 29 che, insieme al 62 e all'anello verde, abbiamo percorso dalla Basilica fino al confine tra Torino e San Mauro.
Sia detto per inciso, il sabato precedente mi ero unito con entusiasmo ad un gruppo di free rider per affrontare alcuni percorsi per me impegnativi, come Tanohill, Calcetano e Thermos. La discesa (anzi, le discese) non è stata banale, in quell'occasione, nonostante la Stinky e il gruppo davvero simpatico: fango ce n'era da vendere e, siccome mi piace il contatto con la natura, ogni due per tre ero lungo a terra. Pensare di rifare tracciati anche solo simili con un mezzo quasi da strada non mi rallegrava...
Tornando a ieri, il mio occasionale compagno ha subito storto il naso vedendo le Small Block: "Con quelle ruote avrai da divertirti". Il 28 e il 29 sono ripidi ma non sono sentieri free ride e, grazie al raggio di sole spuntato nel cielo, non erano nemmeno invasi dal fango. Com'è come non è, il mio test drive su strada si è trasformato in uno stress test su smosso, misto stretto e single track scivolosi.

Per prima cosa ho ridotto di un po la pressione delle gomme; quindi mi sono affidato al biker che mi precedeva e la discesa è iniziata.
Le Small Block non sono gomme per questo tipo di percorsi: drenano poco il fango, non hanno sufficiente grip e i tasselli sono piccoli. Tuttavia...
Lentamente, perché chi va piano va sano e va lontano, affidandomi anche al lavoro egregio della Reba Race e dei dischi Ashima, la discesa non è stata critica. Anzi, è stata divertente. Certo, è stato necessario controllare ogni movimento, impostare con grande cura l'anteriore, tenere sempre conto del fatto che la Terrago è una front con tutti i suoi limiti, ma le gomme sono riuscite a fare il possibile per trarmi d'impaggio nei passaggi più difficili e scivolosi o dove la vegetazione era più evidente.



Nei tratti di terreno più asciutto, sono sceso in tutta sicurezza e, per i miei standard, anche veloce. Anche in quei passaggi con pietre e radici (ma perché sono sempre insieme?) le gomme hanno tenuto. Nessuna caduta, nessuno scivolone. Solo un bellissimo sentiero con un letto di foglie rosso scuro e ricci di castagne. Una discesa emozionante.

Tiriamo le somme.
Che sul duro siano a proprio agio, lo avrete capito. Sono leggere da morire. Mi pare abbastanza resistenti: con un atto di fede ho attraversato un tappeto di ricci e non ho forato. Vedete voi. Non le consiglierei come coperture invernali se avete in programma di starvene nel fango come maiali, ma voglio spezzare una lancia a favore delle Small Block: se vi capiterà di trovare dello smosso, con un minimo di controllo non finirete a pelle d'orso. Il titolo Fa' la cosa sbagliata, quindi, è un po' esagerato.

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31 agosto 2009

Test Ashima Aro 08.


Sabato mattina, approfittando delle condizioni meteo, ho caricato la Terrago in auto e mi sono diretto a Caselette per testare i rotori Ashima Aro 08 con un percorso piuttosto noto, la Pista tagliafuoco del Musinè, seguendo le indicazioni dell'ottimo Peverada. Qui sotto la mappa del tracciato.


Come potete leggere nella descrizione, è un percorso misto abbastanza impegnativo. Il primo anello che porta alla chiesa di S. Abaco attraverso una suggestiva via crucis è un sentiero di ciottoli con una pendenza costante del 16%, praticamente non ciclabile, ma da fare a spinta. Teoricamente, arrivati in cima ci sarebbe la possibilità di ricongiungersi alla via principale tramite un sentierino le cui condizioni ne sconsigliavano l'uso.

Così ho fatto dietro front e ho percorso la salita per S. Abaco in discesa (2-3 km). Il fondo davvero irregolare e la pendenza importante sono stati una prima interessante prova per i freni (e la Reba Race) che si sono dimostrati pronti, reattivi e resistenti alle sollecitazioni lunghe così come all'uso impulsivo.

Quindi ho imboccato il Viale S. Abaco (percorso rosso) nel noto saliscendi dal fondo sconnesso. Ancora una volta gli Ashima si sono mostrati all'altezza della situazione. Qualche rumore lo fanno, ma è per via delle pastiglie metalliche. D'altronde l'importante è che frenino, e lo sferragliamento (comunque lieve) è sopportabile. Giunto al bivio, ho deciso di percorrere l'impegnativo anello della via Tagliafuoco: una salita con pendenza che stimo intorno al 12-13%, fondo spesso molto sterrato ma anche lunghi tratti di asfalto.

Purtroppo un mal di testa insopportabile e un inizio di colpo di calore fantozziano mi hanno fatto desistere a soli 3 km dal P. Pluc (mai rischiare quando si è da soli), così sono tornato indietro affrontando la lunga discesa che avevo appena percorso in salita. Qui i freni si usano praticamente sempre, potete contarci. E non è uno di quei punti in cui possono piantarvi in asso. Gli Ashima accoppiati alle pastiglie Alligator hanno dato risultati più che meritevoli, senza mostrare segni di affaticamento né allungando gli spazi di frenata.

Rientrato sul tracciato principale, ho percorso a ritroso il panoramico saliscendi del Tagliafuoco, in tutte le condizioni di terreno possibili: dall'asfalto alle pietre alla terra fangosa all'erba. Non ho avvertito cedimenti, anzi: sempre una reazione pronta, nonostante le sollecitazioni non siano mancate. D'altronde ero in fase di test, e quindi non ho risparmiato gli affondi sulle leve. Ci vuole un minimo di sensibilità perché la frenata è potente (la ruota anteriore si blocca senza spremere troppo). Ma appena capita la risposta, il feeling è immediato.

Se dovessi dirvi che ho percepito la diminuzione di peso, mentirei. Ma su efficienza, sicurezza e impatto esteico, il risultato è rispondente alle mie aspettative.

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29 agosto 2009

Ashima Aro 08 su Giant Terrago 3.

I kilometri macinati quest'estate e soprattutto le discese impegnative hanno messo a dura prova alcune parti della mia Terrago. La forcella di serie, una Suntour da 100mm, è stata sostituita da una Rock Shox Reba Race dual air da 115mm, intervento di cui sono molto fiero.

Tuttavia, l'impianto frenante di serie, già non brillantissimo, era arrivato un po' alla fine. Per conoscenza, si tratta di uno Shimano "non series" (cioè OEM) BR-485: non cercatelo nel sito Shimano perché non c'è. Insomma, come per la forcella, volevo fare il salto di qualità e già che c'ero perdere qualche grammo.

Così ho cominciato ad interessarmi di rotori e pastiglie. Come molti, sono stato colpito dai dischi ultraleggeri Ashima Airotor, e ne ho valutato per un po' l'acquisto. Dopo lunghe e contraddittorie ricerche in rete, ho deciso di fare di testa mia e ho così programmato l'upgrade, acquistando da Lordgun (gentili e velocissimi) i seguenti articoli:
  • rotore anteriore Ashima Aro 08 da 180 mm
  • adattatore postmount Shimano IS 160-180 mm
  • rotore posteriore Ashima Aro 08da 160 mm
  • pastiglie Alligator semimetalliche
Ecco come si presentava la mia Terrago oggi prima dell'upgrade:


Questa che leggete non vuole essere una guida per cambiare dischi e pastiglie su una mountainbike, ma se trovate utili queste note ne sono più che contento.

Non servono molti attrezzi: una chiave torx da 25, una esagonale da 6 per smontare pinze e adattatori, una pinza a becco, lubrificante al teflon, carta o stracci per pulire, e un po' di pazienza.

Qui si vede il rotore posteriore Shimano da 160 mm.



E qui il rotore anteriore, sempre da 160 mm.


Dopo aver smontato le due ruote, con la chiave torx si svitano i 6 bulloni con cui sono fissati i rotori ai mozzi. Compita quest'operazione, già che ci siamo diamo una pulita ai mozzi e poi avvitiamo i due nuovi rotori con i buloni dati in dotazione.

Rotore posteriore:



e rotore anteriore. Facile no?



Quindi occorre montare il nuovo adattatore che supporta il disco da 180 mm. Per ora meglio non serrare i bulloni: si farà dopo, con la regolazione della posizione delle pinze.



Ora viene il bello. Cambiare le pastiglie.
Dopo una rapida occhiata alla documentazione tecnica Shimano, inizio con la pinza anteriore, ancora smontata dall'adatattore. Procedo sfilando la forcellina precedentemente allentata, quindi estraggo le due pastiglie e la molla. Ne approfitto per pulire la pinza, oliare i pistonici con una minispruzzata di olio al teflon.
Con un po' di fatica si riportano in posizone di riposo i pistonicini: devono essere completamente allinati alla pinza. Questa procedura è identica per la pinza posteriore e può essere effettuata svitando un solo bullone dell'adattatore e facendola sporgere oltre il fodero del carro. Nella figura sotto si vede pinza e pistoncini belli puliti: è il momento di montare le nuove pastiglie:



Ed ecco fatto. Se lo spazio tra le pastiglie non fosse sufficiente, significa che i pistoncini non sono ancora in posizione di riposo. Ricominciate dal punto precedente.




A questo punto non resta che rimontare la ruota anteriore e quindi perdere un bel po' di tempo per allineare perfettamente la pinza rispetto alla ruota in modo che non strisci sulla pista del rotore. Il posizionamento si effettua agendo (ad occhio, credo, almeno io ho fatto così) sui bulloni che collegano la pinza all'adattatore.
Ed ecco la ruota rimontata sulla forcella. Il miglioramento estetico è indubbio!


Qui si vede la pinza posteriore: vale la stessa prodeura descritta per quella anteriore. Beh, già che ci siamo diamo una pulitina a questa zozzeria.



Ruota posteriore rimontata. Siamo pronti per l'allineamento delle pinze.



Terminata il secondo allineamento, non resta che capovolgere la bicicletta e guardare il lavoro appena completato. Purtroppo lo sfondo grigio non rende molto.


Ecco il particolare dei due rotori Ashima Airotor Aro 08 appena montati.



Tutto finito? beh, manca la prova pratica.

Breve test rotori Ashima Airotor Aro 08 (website)

Il test si è svolto come di consueto nel parco fluviale del Po tra Settimo e San Mauro torinese in un misto di ghiaia, prato, sabbia, pietre e asfalto, per un totale di 12 km circa. Lo dico subito: niente discese toste, solo qualche dosso e molto accelerazioni e decelerazioni.
Numero uno: questi rotori ben allineati e accopiati con pastiglie Alligator semimetalliche non fischiano, almeno a me. Come raccomandato, eseguo un rodaggio moderato, frenando con progressivamente per adattare le pastiglie alle piste frenanti.
Numero 2: il confronto con i miei Shimano non è sbalorditivo, ma la differenza si sente, soprattutto alla fine del test: frenata pronta, rapida, progressiva. Le brevi discese disponibili hanno confortato questa impressione. Certo, la Reba Race ci mette del suo ad assorbire l'assorbibile, ma per ora mi sembra proprio di aver fatto un buon acquisto.
Alla prima uscita seria scriverò qalcosa di più.

Il test completo di questi dischi ve lo potete leggere qui.

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24 agosto 2009

Il mio battesimo freeride/downhill.

Ci sono soddisfazioni che bisogna togliersi. Un po' per mettersi alla prova, un po' per il gusto dell'esperienza.

Le discipline gravity come il downhill e il freeride hanno iniziato ad attirarmi qualche mese fa. Ho approfittato di un weekend con la famiglia a Pozza di Fassa provare il freeride. Ma invece di fare le cose improvvisate, ho preferito andare per gradi. Ho contattato il team di Fassabike , ho noleggiato una Stinky e set completo di protezioni e ho prenotato un'escursione freeride guidata.

Kona Stinky (noleggiata) all'arrivo della cabinovia Buffaure (Pozza di Fassa), dove partono i percorsi downhill appena inaugurati.

Stefano, la guida che mi ha pazientemente accompagnato, mi ha fatto esercitare con i movimenti più comuni per affrontare discese e curve, prima su un tracciato downhill, abbastanza scorrevole e non troppo impegnativo, e poi in una pista freeride, tutta in mezzo al bosco, con una prima parte molto ripida con un sacco di curve a gomito, decisamente più difficile, soprattutto a causa della mia inesperienza.

E' stata un'esperienza divertentissima. Ho faticato come una bestia: ci vogliono gambe, braccia, fiato e concentrazione, e ho pochissimo di ciascuno di questi elementi. La tecnica delle curve sembra facile quando la fa un altro, ma poi metterla in pratica non è immediato.

Ciononostante, quando imbroccavo più o meno bene una curva stretta e uscivo sul successivo rettilineo la soddisfazione era grande, come si evince dal sorriso idiota che sfoggio nella foto sotto.

Sudato ma felice come un bambino a Natale sulla cabinovia Buffaure dopo la prima discesa.

Lapalissiano ma sia detto: per chi viene da una front con tutti i suoi pregi e difetti, affrontare una discesa seria con una bici da DH è una bella sensazione, difficile da descrivere. Tiene la strada anche quando pensi "Non potrò mai superare questa radice alta 30 cm!". Le salite invece sono durissime senza la tecnica necessaria. Una bici così pesa un sacco e non è facile da pedalare.

Qui sotto, la mappa dei tracciati che ho o credo di aver fatto con la guida.

mappa canazei
La mappa dei tracciati Freeride e Downhill di Buffaure (clicca per allargare)


Ero un po' preso per badare alla cartografia. Ma dal punto di vista paesaggistico, questi tracciati sono sensazionali: si scende in mezzo ad un bosco di conifere, si costeggia un torrente, ci sono ponti in legno. Meraviglioso, davvero. Da rifare.

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10 agosto 2009

Breve test Rock Sox Reba Race.

Dopo aver montato la Rock Shox Reba Race (comprata usata su Internet, escursione 115 mm) sulla mia Giant Terrago 3 e aver fatto un po' di fine tuning all'impianto frenante anteriore, ho fatto un breve tragitto di sterrato leggero in pianura, lungo il canale Cavour nel parco fluviale del Po, tra Settimo e San Mauro.

Tutt'altro che impegnativo, questo tracciato è tuttavia caratterizzato da diversi tipi di fondo: asfalto, terra compatta, fango, ghiaia fine, ghiaia grossa, pietre, erba e ponti di legno, quindi si presta ad un rapido (e non esauastivo test) di un ammortizzatore. Certo, un paio di discese serie , un single track erboso e qualche tracciato tecnico permetterebbero di dare un parere più completo, ma non mancheranno in futuro.

La forcella è tarata medio morbida, a mia sensazione, sia per quanto riguarda la camera positiva che per quella negativa, il che va benissimo per me che sono tutto sommato leggero (sto appena sotto i 70 kg).

La regolazione fine del rebound è un godimento: il comando va dalla posizione lepre alla posizione tartaruga il che significa ritorno veloce e ritorno lento. Il funzionamento è davvero ben realizzato. La risposta in affondo e in frenata è precisa e reattiva, così come mi è parso molto buono il comportamento su tracciato sconnesso a velocità allegra. Ho capito per la prima volta il significato profondo dell'espressione "copiare il terreno". La Reba Race lo fa, punto.

Il remote lock, che ho sempre snobbato come prodottino di marketing, è invece utile come una luce al buio: se non ce l'hai campi lo stesso, ma se ce l'hai, beh, le cose vanno meglio ed eviti di perdere tempo, soprattutto quando si deve affrontare una salita (perché, diciamolo, pedalando un po' di affondo c'è sempre).

Ora passiamo alla parte meno tecnica e più di pancia. Oltre ad avere aumentato il comfort di marcia, adesso notevole all'avantreno, la Reba Race, che ha sostituito una Suntour ad elastomero di primo equipaggiamento, dà immediatamente una sensazione di maggiore sicurezza per la reattività sul terreno. E' come se una vocina dicesse: "tranquillo, spingi pure, l'avantreno è bello saldo al fondo". Quella sgradevole sensazione del tipo "adesso faccio un volo" che provavo nelle curve o su sfondo pietroso preso in velocità, si è decisamente attenuata.

Anche se la prova è stata breve e non completa, posso dire che mi sento soddisfatto dell'acquisto (che grazie al cielo era in buone condizioni e non troppo usato). Adesso resta da effettuare un'escursione un po' più impegnativa per mettere a prova la Reba Race.

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09 agosto 2009

Rock Shox Reba Race dual air, montata sulla mia Giant.


Sono soddisfazioni.
Il montaggio è stato breve -- molto più semplice e breve di quanto mi aspettassi. Ora non resta che provarla.

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05 giugno 2009

La tangenziale verde di Settimo Torinese.

In fondo ai capannoni della zona industriale che si sviluppa oltre il casello Settimo Torinese dell'autostrada Torino - Aosta direzione Aosta, parte una pista ciclabile sterrata molto piacevole che si chiama Tangenziale verde (lotto I) e arriva quasi al confine con Torino. Qui si trova un po' di documentazione, e sotto la vista aerea del percorso da Google Maps.


Visualizzazione ingrandita della mappa

Da una mappa pubblicata su un cartello lungo il percorso, si capisce che si tratta di un progetto più ampio che comprende tracciati all'interno di un'area verde attrezzata simile al parco fluviale del Po.

Mi sembra un luogo ideale per allenarsi correndo a piedi oppure in bici coi rapportoni lunghi. Il terreno è compatto e in buono stato.

La nota negativa è che per raggiungerla da settimo bisogna percorrere un viadotto davvero pericoloso per colpa degli autocarri.

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18 maggio 2009

Su e giu' nel fango della collina torinese.

Per la seconda volta abbiamo provato ad avventurarci sul tracciato da Bardassano a Bussolino segnalato da Peverada, ma arrivati alla Cascina Pellera, se ho ben capito dove ci trovavamo, una sbarra abbassata ci ha imposto di cambiare idea.

La volta precedente era andata meglio: la sbarra era alzata e si poteva seguire il tracciato, facendo solo un po' di attenzione a non essere sbranato da un cane da guardia dei proprietari della cascina.

Comunque, essendo il sentiero da Cascina Pellera sbarrato, abbiamo deciso di proseguire alla nostra destra, imboccando il tratto 82 della Grande Taversata della Collina.

Le cose si sono messe male da subito: a causa delle abbondanti piogge del giorno prima, il tracciato era completamente invaso da uno strato spesso mezzo metro di fango, acqua e sterco di cavallo. Un itinerario piu' indicato a suini e animali da cortile che alle mountain bike.

Abbiamo spinto faticosamente le bici affondando con i piedi nella pauta fino alla caviglia fino alla sommita' della collina dove siamo stati premiati con un panorama favoloso e dall'inizio di un sentiero in discesa nel bosco.

Ho potuto verificare e apprezzare la migliore qualita' di un impianto frenante idraulico: anche coperto da dieci centimetri di fango, la frenata (indispensabile vista la pendenza) non tradisce.

Qui sotto qualche foto geotaggata. Basta metterle su Flickr o Picasa per vedere dove eravamo.


La mitica Pininfarina dell'amico Stefano appesantita da un quintale di fango.

Foto di gruppo con fungo velenoso e Giant Terrago 3.




Anche la Giant con la sua zavorrona di fango e stallatico.


Arrivato a casa: prima e dopo la sosta all'autolavaggio.

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