22 febbraio 2010

James Frey, In un milione di piccoli pezzi.


Non vi ho nascosto la gradita sorpresa di Buongiorno Los Angeles, con la sua narrazione seducente, lo stile immediato e l'innovativa struttura dialogica. Mi sono buttato con lo stesso entusiasmo nella lettura dell'opera prima e autobiografia di James Frey, In un milione di piccoli pezzi, anche attirato (maledetto sia il marketing dell'editoria) dall'incipit del volume:
Immaginate di svegliarvi in aereo. Immaginate di non sapere da dove siete partiti né dove state andando e di non avere memoria delle ultime due settimane. Immaginate di avere quattro incisivi rotti, un taglio profondo sul viso e il corpo pieno di lividi. Immaginate di non avere né documenti né soldi né bagagli. Immaginate che la polizia di tre Stati vi stia cercando. Immaginate di essere alcolisti e tossicodipendenti da oltre 10 anni. Immaginate di avere 23 anni...
Per la cronaca, il libro si trovava nel reparto tossicodipendenze della Feltrinelli, insieme a saggi sulla disintossicazione e forse qualche copia di Christiane F.
Lasciamo da parte il fiume di polemiche sui molti elementi inventati di sana pianta dall'autore e scoperti da The Smoking Gun. Certo, dispiace che le frottole gli abbiano fatto vendere qualche copia in più, ma -- pergiove -- in questi libri il confine tra realtà e finzione è sempre stato molto labile.
Quello che ragionevolmente mi aspettavo da In un milione di piccoli pezzi era la biografia tossica di James Frey e, successivamente (o eventualmente) il suo recupero. Ma non è così.
La storia inizia con il ricovero del protagonista in una struttura di riabilitazione per le dipendenze, e lì si chiude, tra monotone e ripetitive descrizioni del programma di ricupero, delle pietanze servite alla mensa, perfino degli elementi d'arredo del centro. Il tutto è condito da un indigeribile mix di buoni sentimenti, amicizie strappalacrime nate nei corridoi, biografie più o meno stereotipate, famiglie che fanno un sacco di buoni propositi.
Non svelo il finale ma, potete immaginarvelo, è un happy end talmente mieloso e di successo che non mi sarei stupito se James avesse lasciato il centro di recupero con il mantello di Superman oppure in corsa per le elezioni alla Casa Bianca.
Il registro linguistico e la cifra stilistica innovativi che hanno aggraziato le pagine di Buongiorno Los Angeles, qui sono inutili fardelli che fanno riempire le pagine di iniziali maiuscole, frasi ripetute ossessivamente e metafore quasi mai azzeccate. Spesso mi sorprendevo a saltare interi capoversi come si fa con qualche brochure troppo dettagliata. Sui personaggi, stereotipati fino al ridicolo (il gangster buono, il pugile suonato, il giudice saggio, la ragazzina abbandonata) stendiamo un velo pietoso.
Un libro tutto sommato inutile, decisamente sopravalutato, la cui vicenda dei "particolari inventati" è davvero un nonnulla rispetto all'inconsistenza degli argomenti veri o presunti tali.


JAMES FREY
In un milione di piccoli pezzi
Trad. di B. Amato
pp. 460
TEA, Prima edizione 2003
ISBN 978-88-502-0479-3

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15 gennaio 2010

Quando il Business impara dalla Natura.

Come è evoluta la società negli ultimi 30-40 anni? Quale ruolo hanno avuto la tecnologia, le telecomunicazioni e la diffusione di Internet? Come stanno cambiando i modelli produttivi, distributivi e di consumo dei beni e dei servizi? Quali possono essere gli scenari futuri delle scienze, della tecnologia e della vita digitale?
Telecom Italia Future Centre di Venezia, tramite una serie di progetti dedicati allo studio degli ecosistemi di business, ha indagato questi temi, li ha discussi sul blog Business Ecosystems e li ha proposti al pubblico in un ciclo di incontri aperti.
I progetti hanno affrontato diverse tematiche (dalla produzione industriale all'ombra digitale, dalle immagini digitali all'Internet delle cose) con un approccio ecosistemico che affonda le proprie radici nella scienza moderna e nell'osservazione dei fenomeni naturali (a microcambiamenti locali conseguono influenze globali) ed economici: un'innovazione locale corrisponde ad un processo di selezione da parte del mercato che può portare a cambiamenti globali.
Dai materiali preparati per gli incontri è nato il volume Quando il Business impara dalla Natura (a cura di G. Fettarappa, G. Piersantelli e Roberto Saracco, direttore del Future Centre ed ideatore del progetto): il libro, articolato in quattro sezioni (Gli ecosistemi, Dalla luce ai bit, Atomi e bit, Vita e vite in bit), vuole essere un contributo piacevole e leggero su come il mondo sta cambiando.
Sul canale Innovazione di Telecom Italia è possibile partecipare ad un concorso per ricevere una copia omaggio del volume.


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11 gennaio 2010

Joe R. Lansdale, Bad Chili.



Di gran lunga il più deludente e banale romanzo della saga di Hap e Leonard, Bad Chili è una storia poco verosimile (e fin qui non ci sarebbe nulla di male), narrata quasi con stanchezza e priva delle esilaranti metafore cui Lansdale ha abituato i propri lettori.
I personaggi di contorno (la fidanzata Brett, il detective privato Bob Joe, il poliziotto onesto Charlie, il gangster King Arthur) sono tagliati con l'accetta e ripropongono gli stereotipi creati per altre storie (soprattutto Rumble Tumble), mentre il plot sembra più una sequenza di eventi pretestuosi e mal concatenati che una storia vera e propria.
Neanche i dialoghi sono particolarmente coinvolgenti, ed è un peccato, perché nella struttura dialogica lo scrittore texano è stato sicuramente un innovatore e un caposcuola, almeno nel suo genere.
Il libro si chiude con un colpo di scena elementare e un happy end non credibile. Un peccato, perché di solito Lansdale riesce a far sorridere e ad intrattenere con le sue storie.

Joe R. Lansdale, Bad Chili
Einaudi - Collana: Stile libero Noir / Stile Libero
Pagine 262 - Formato 12x19,5 - Anno 2006 - ISBN 9788806180355

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07 ottobre 2009

James Frey, Buongiorno Los Angeles.



Non fatevi trarre in inganno da quella piccola scritta sulla copertina che dice ROMANZO. Buongiorno Los Angeles non è un romanzo o, meglio, non è solo un romanzo. Frey, giustamente osannato dalla critica, rompe con gli stili propri della narrativa e propone una struttura innovativa in cui quattro storie principali, popolate di personaggi dolenti e destinati a soccombere al proprio destino o accecati dalla propria onnipotenza, si intrecciano con altre storie minori (sovente appena accennate) e con una gustosa aneddotica capace di trasformare questo volume in un saggio di sociologia urbana, in un resoconto di storia contemporanea, in una rubrica di stranezze e curiosità.

Con il suo fascino perverso e le sue 330 giornate di sole all'anno, Los Angeles, multiforme, tentacolare, perennemente attraversata da un flusso di automobili e persone, attrae nel suo ventre tutto il campionario umano, uomini, donne e ragazzi i quali, più o meno legalmente, lasciano la loro città o il loro Paese per tentare la fortuna lì, sotto il cielo della città degli angeli, lasciandosi alle spalle mille vite diverse, confluendo come un fiume in piena in una moltitudine di etnie, religioni, classi.

Ma non a tutti va bene. Anzi, sia detto a chiare lettere: questa è una città (o, se preferite: questo è un libro) che si fa pochi scrupoli, non conosce pietà, non perdona niente e nessuno. Buongiorno Los Angeles è un libro vero come la vita perché quasi sempre sono i cattivi a vincere mentre i buoni, i deboli e i miti soccombono, sconfitti, umiliati, uccisi.

E' un libro che raccomando a chi vuole farsi un'idea di questa metropoli al di fuori dagli schemi patinati e dai cliché hollywoodiani. Buongiorno Los Angeles è un testo importante per conoscereda dentro l'altra faccia del sogno americano: quello da cui, nel migliore dei casi, ci si sveglia consapevoli di aver fallito e di aver perso tutto e, in molti altri casi, non ci si risveglia mai più.

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Buongiorno Los Angeles
di James Frey
TEA, 555 pagine, 16,60 euro

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25 agosto 2009

Gianni Flamini, Il libro che lo Stato italiano non ti farebbe mai leggere.

Sono due volte di parte, primo perché, come noto, da anni mi diletto nella lettura di saggi sulla strategia della tensione e in secondo luogo perché adoro Flamini per cosa scrive e per come lo scrive.

Ciò premesso, l'ultimo libro del giornalista bolognese riprende alcuni dei temi già trattati nel magistrale L'Italia dei colpi di stato e offre una disanima ragionata e organica di altri fitti misteri della storia italiana. In particolare, il capitolo conclusivo sui rapporti tra la mafia dei corleonesi ed alcuni esponenti dei servizi di sicurezza racconta in maniera puntuale l'evoluzione della strategia mafiosa dai grandi attentati alla pace apperente, offrendo una versione dei fatti decisamente meno edulcorata di quella disponibile nelle cronache dei giornali e nelle fiction televisive.

Ancora una volta le fonti documentali e le vicende giudiziarie confermano il rapporto di connivenza e protezione offerto da certe parti dei servizi di sicurezza ad alcune frange dell'estremismo di destra impegnate in atti sanguinari volti a richiamare un potere forte ed autoritario.

Le ricerche di Flamini varcano i confini nazionali e ci raccontano del ruolo svolto da potenze straniere (USA e Israele in testa) nel condizionare in modo per lo meno illegittimo e antidemocratico la vita polica ed istituzionale del nostro Paese.

Flamini scrive cose sacrosante, lo fa citando sempre le fonti e senza tanto andare per il sottile, e condisce queste cronache tragiche con un umorismo nero che scivola spesso in toni gradevolmente sarcastici.

Scheda del libro

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20 agosto 2009

Colin Thubron, In Siberia.

Questo libro mi è stato suggerito durante una cena estiva da un cugino antiquario e storico dell'arte, che ha salutato In Siberia con quella frase che si riserva ad un numero sempre più esiguo di testi, ovvero: "arrivato alla fine avrei voluto che continuasse ancora". Purtroppo non sono pochi i libri che sortiscono l'effetto opposto, auspicando una conclusione il più rapida possibile.

In Siberia evita anche l'errore comune a molti libri di viaggio di essere un resoconto puntuale e cronologico degli spostamenti dell'autore. Thubron, insignito dell'onorificenza di Commander of the Order of the British Empire, è grande conoscitore della Russia (parla fluentemente il russo, tra l'altro), compie alla fine degli anni '90 un'impresa fenomenale: attraversare la Siberia (che, sia detto, è grande quanto l'Europa e il Canada messi insieme) con treni, aerei, autostop, corriere e a piedi, per visitare molti luoghi remoti e dimenticati che sono stati teatro di pagine importanti della storia, soprattutto quella più triste e disumana, del Paese.

Capitolo dopo capitolo, Thubron, privo di qualunque pregiudizio ed etnocentrismo, ci presenta un immenso capitale umano e materiale in costante e irrefrenabile declino. I luoghi, le persone, le istituzioni, le case e le macchine: tutto in Siberia sembra cadere letteralmente a pezzi. Il decadimento morale che affligge le tante e diverse popolazioni ed etnie incontrare sul cammino fa da triste contorno a questo viaggio il cui colore predominante è il bianco abbacinante della neve.

Sospesa tra i sogni pionieristici del passato remoto, i drammi indicibili delle deportazioni staliniane e il disfacimento post-comunista, la Siberia appare un immenso continente alla deriva, dove le cose non funzionano, lo Stato è assente e la gente ha perso la speranza. I valori e la fede religiosa sono spesso fiaccati da un uso sempre più smodato della vodka che abbassa drammaticamente la vita media dei maschi siberiani e che ha non poche ripercussioni sulla produttività: campi invasi da sterpaglie, trattori arrugginiti e officine deserte sono tra i soggetti ricorrenti nelle impietose ma oggettive istantanee di Thubron.

In Siberia è un viaggio profondo: l'autore non si limita a visitare luoghi ma si sofferma, visita e conosce persone, dorme a casa loro, ne ascolta le angosce, effettua spesso insicure deviazioni per rincorrere una voce e verificare una notizia. E sempre, dai dolenti personaggi che popolano queste piane spazzate da un vento gelido, non di rado inclini a nostalgie staliniane, si leva un canto quasi funebre che pare celebrare l'agonia, se non la morte, di una terra che è stata la speranza, la sofferenza, il martirio e il destino di milioni di anime tradite.

Giunto all'ultima pagina, mi trovo del tutto d'accordo con quel commento: avrei voluto anch'io poter voltare pagina ed iniziare un nuovo capitolo. Thubron è spesso affiancato a Tiziano Terzani, che sull'argomento scrisse un saggio per certi versi analogo (Buonanotte Signor Lenin), ma lo ritengo superiore dal punto di vista analitico e stilistico.

In Siberia è un capolavoro, scritto con uno stile sorprendente per qualità e scorrevolezza; è un libro che raccomando per scoprire qualcosa di questa terra.

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COLIN THUBRON, In Siberia.
Trad. di A. Peroni e L. Corbetta
VIAGGI/ REPORTAGE/ AVVENTURE VERE - VIAGGIAvventure 14; pp. 292;
ISBN 978-88-502-0258-4

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03 luglio 2009

Carlos Ruiz Zafón, L'ombra del vento.


Se cercate il titolo di questo libro su IBS troverete più di 500 tra recensioni accurate e brevi commenti. Il potere del web. E allora a cosa serve un'altra recensione di questo bestseller?
Nella migliore delle ipotesi, a nulla. Se non, forse, a mettere nero su bianco (o bianco su nero, dato il layout del mio sito) il mio parere sul caso letterario spagnolo: L'ombra del vento è di gran lunga il peggior romanzo (d'appendice, s'intende) che abbia mai letto. Anzi, a voler essere sinceri, non l'ho nemmeno finito di leggere: in un gesto di pietà verso me stesso, mi sono dispensato delle ultime inutili, penose, farraginose 30 pagine.
La sinossi ve la cercate su Wikipedia, da bravi.
Veniamo al succo.
Questa cartaccia avvolta in una copertina abbastanza oscena si discosta poco, per qualità, contenuti, stile, apporto creativo e messaggio, ad un volume della collana Harmony, della quale, purtroppo, non condivide il prezzo popolare.
I dialoghi sono qualitativamente inferiori solo a quelli dei primi Diabolik e Satanik, fumetti che peraltro conservano una ruspante sincerità.
I personaggi, poi... Variano dalla caricatura pseudofiabesca (il clochard erudito, il poliziotto violento) alla più completa inconsistenza (il protagonista Daniel, che si innamora prima di una cieca poi di una vecchia e infine della sorella di un amico; ma dai, ci mancava la dottoressa del comando militare e faceva poker).
Chiude in bellezza, si fa per dire, una storia che non ha né capo né coda, del tutto slegata dal contesto storico in cui è ambientata. Siamo nel '45, pergiove, mica una data qualunque.
La conclusione viene da sé. L'ombra del vento è una lettura adatta a chi già si dedica a contenuti del medesimo livello e spessore, come l'elenco telefonico di Parma o i romanzi di Coelho. Ma ancora meglio sarebbe evitare di leggere e comprare questo imbarazzante blocco di carta rilegata.
Con gli stessi soldi, compratevi un Happy Meal da McDonalds: fa schifo uguale, ma almeno c'è dentro il pupazzetto.

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30 marzo 2009

Mimmo Franzinelli, La sottile linea nera.

Il 2008 e' stato il quarantesimo anniversario di quell'anno che ha cambiato per sempre la vita della societa' civile da un lato e dei rapporti con le istituzioni dall'altro.

Molte case editrici hanno festeggiato l'evento pubblicando diversi volumi sugli anni bui degli estremismi e dell'eversione nera che, talvolta orchestrati dal cinismo dei poteri forti, sono culminati in quella tragica e insanguinata fase nota come strategia della tensione.

Tra i molti titoli che ripercorrono la nascita e l'evoluzione di movimenti impegnati a creare le condizioni per un nuovo regime autoritario, il saggio di Franzinelli si distingue per un approccio innovativo nella saggistica di questo genere.

La sottile linea nera non si limita alla usuale ricostruzione cronistorica degli eventi e delle trame occulte ordite nel secondo dopoguerra e popolate da orfani, nostalgici e ideologi dei passati regimi fascista e nazista. E' invece una convincente e documentata analisi di personaggi, gruppi, movimenti, azioni e misteri accuratamente occultati che costituiscono quel tessuto sociale, politico, militare e culturale che ha per lunghi anni minacciato l'ordinamento costituzionale, democratico e repubblicano conquistato con la Liberazione e la lotta partigiana.

Con rigore documentale, oggettivita' e rara capacità analitica, Franzinelli traccia le biografie e le storie dei protagonisti, dei registi e delle comparse responsabili della costituzione di gruppi neifascisti, del compimento di gravissime azioni terroristiche e dell'occultamento di fatti e prove che hanno rallentato il corso di una giustizia non sempre pronta ad intervenire nella giusta direzione.

Dietro la lunga scia di sangue versato tra la fine dei Sessanta e gli Ottanta, l'autore scova un complicato intreccio di ideali, sudditanza atlantica, farneticazioni, interessi finanziari, fratellanze politico-militari, vendette private, nostalgie dei tempi andati. Tutti con il comune obiettivo di sconfiggere la sinistra e il comunismo (non accontentandosi della consuetudo ad excludendum gia' imposta in tutti i paesi europei) e di restaurare un regime autoritario, presidenzialista, militare.
Non ho gli strumenti per commentare questo saggio in maniera più approndita e poco aggiungerei al monumentale lavoro dell'autore.

Chiudo tuttavia con una considerazione sulle biografie tracciate nel volume. Mi sembra che, nell'eversione nera e nello stragismo, si possano identificare due famiglie o generazioni: la prima composta da repubblichini, ex partigiani, pensatori deviati e nostalgici, spaventati dal pericolo rosso e accomunati dal disadattamento alla vita civile, repubblicana e democratica inaugurata con la sconfitta del "loro" fascismo; e un'altra generazione, figlia o più giovane della prima, cresciuta più nel mito che nella storia del regime, affascinata da una simbologia quasi astratta e incentivata all'azione violenta più spesso da una noia e mancanza di punti di riferimento che dall'applicazione di un reale e compiuto - per quanto deplorevole - sistema di valori.

Lettura avvincente, La sottile linea nera e' anche aggraziata da uno stile espressivo e pungente, senza indulgenze ne' revisionismi di comodo. Una lettura fondamentale per comprendere la storia recente del nostro paese e capire la contemporaneita'.

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25 febbraio 2009

Ancora su "In fuga dalla data-room".

Il mio recente intervento su In fuga dalla data-room, opera prima di Lazare Vittone, ha alimentato un piccolissimo dibattito letterario non privo di interesse.

Tra gli interventi ricevuti (alcuni dei quali giunti in forma privata) mi pare doveroso segnalare per intero quello, brillante e suggestivo, dell'amico Lorenzo che difende gli intenti dell'opera in un commento al mio post.

Caro Pippo e caro Lazare,

leggo solo ora questo sorprendente dibattito pseudo-letterario. Avendo
regalato proprio io il libro a Pippo, mi sento in qualche modo in dovere di
intervenire, scusandomi in limine per errori di punteggiatura o d'altra
sorta....

Il racconto/romanzo (francamente non so quale sia la definizione corretta, ma
poco importa) ha un grande pregio: il coraggio.

Coraggio dell'autore di mettere nero su bianco il proprio sentire, con buona
dose autobiografica, rischiando lo sputtanamento con amici e colleghi.

Per cio' solo, mi pare che il gesto (non tanto l'opera) sia da lodare e forse
un esempio per molti di noi (mi metto in cima alla lista) che tanto vorremmo, ma
non facciamo.

Caro Pippo, ti ricordi quanto era seducente stare davanti al tuo 15 e poi 17
pollici ronzante a comporre pagine di poesie pessime (le mie, almeno) o di
raccontini del sabato sera? Tu hai continuato, e cio' ti fa grande onore. Io no,
mi sono dedicato a scrivere altro genere di libri, e per questo invidio tanto te
quanto Lazare.

Certo, il contenuto e' discutibile, ma non penso che Lazare abbia ambizioni
da premio letterario, almeno non con quest'opera. E' e resta un grande avvocato,
che ha avuto il coraggio di mettersi alla prova in un campo per lui nuovo.
Nessuno di noi e' costretto a leggerlo, nessuno ce lo impone. E poi, la
punteggiatura. Ma dai! Lascia che metta le v,i,r,g,o,l,e un po' dove cavolo gli
pare, no?! Proprio oggi cade la ricorrenza del manifesto futurista....

Ripeto, non trovo che il libro di Lazare sia un capolavoro della letteratura,
ma un gesto di coraggio di un dilettante (in questo, non certo nel suo vero
mestiere), che per testimoniare il rifiuto di un certo tipo di vita arida
milanese (ma forse anche torinese.... e genovese...) ha accettato di esporsi
alle rigidita' altrui.

Caro Pippo, un tempo eri piu' attento alle emozioni (che
-se vuoi- sai cogliere e dare come nesusn altro), e meno alle regole di
grammatica.

Non prendiamoci troppo sul serio.

Un abbraccio plurimo e multiplo.

Lorenzo


Come Lorenzo ben sa, il mio entusiasmo nei confronti dei narratori e dei poeti esordienti nasce da una mai dimenticata attivita' di esplorazione letteraria e pubblicazione in forme alternative, inziata con la adesione al Manifesto dell'Antilibro, un movimento culturale volto a promuovere attivita' post editoriali in aperta rottura con l'industria editoriale e anche con le forme e ii supporti consolidati della produzione libraria (il libro viene definito parallelepipedo cartaceo in un processo di oggettivazione post marxista).

Ed e' con questo entusiasmo ed interesse che ho dedicato tempo ed attenzione al racconto di Lazare che, sottolineo, ha scelto di scrivere, plasmare e pubblicare un libro, nel suo formato (cartaceo) piu' noto. Pagine di carta stampate e rilegate in una copertina completa di autore, titolo ed editore.

Conclusa la dovuta premessa, desidero rispondere alle garbate argomentazioni di Lorenzo.

Uno.

La scelta formale ed estetica -- l'oggetto libro -- agita da Lazare comporta una implicita e fortissima adesione alle regole e convenzioni, nell'ordine, dell'editoria, della letteratura e della narrativa. Piacciano o meno, se si sceglie di scrivere e pubblicare un libro in qualita' di narratore con l'appoggio di un editore, occorre mettere in conto che il lettore si aspetti di ritrovare, pagina dopo pagina, un documento non dissimile dalla produzione editoriale corrente.

Al rigore estetico formale (veste tipografica, scelta dei caratteri ecc.) si somma un necessario rigore sostanziale che si traduce in una cura del testo che prescinde dalle inclinazioni e gli stili dell'autore.

L'accettazione della foma libro implica l'accettazione delle regole sintattiche e grammaticali: per tale motivo, la citazione di Filippo Tommaso Marinetti mi pare fuorviante: il Futurismo ha rappresentato un momento confluttuale nei confronti degli stili e delle forme della letteratura contemporanea (di allora), contrasto che si e' manifestato con l'invenzione di stili del tutto inediti, contenuti provocatori, rifiuto dei classici. Il futurismo non era una manifestazione di maggiore tolleranza rispetto alle regole sintattiche ma un rifiuto netto e vitale di una forma che si riteneva superata.

Nel volume di Lazare non mi sembra di ravvisare l'intenzione e il prodotto di una critica alla letteratura o al sistema editoriale; anzi: la scelta di un canale distributivo tradizionale in luogo della Internet o della stampa artigianale sembra un segnale deciso di accettazione di un sistema di convenzioni. Se vi e' coraggio nel mettersi in gioco comunicando un messaggio mediante un'iniziativa editoriale, vi dev'essere una coraggiosa onesta' nei confronti del mezzo scelto e del pubblico a cui si rivolge il messaggio.

Ma non tema Lorenzo: la mia residua sensibilita' emotiva mi ha comunque permesso di apprezzare alcuni riusciti elementi della prova narrativa di Vittone. I titoli dei capitoli, ad esempio, mi hanno subito colpito: diretti, spregiudicati, ironici.


Due.

Quasi a giustificare le mancanze formali e sostanziali da me rilevate nel libro, piu' volte si menziona la professione di avvocato svolta, sicuramente con talento, passione e grande profitto, da Lazare.

Tuttavia, nell'universo della letteratura mi pare di ricordare alcuni esempi di professionti prestati alla narrativa. E qui mi viene in soccorso la mia (inspiegabile) curiosita' per le biografie. Se non erro:

Primo Levi, chimico e direttore di uno stabilimento di vernici; Carlo Emilio Gadda, ingegnere; Paolo Giordano, fisico; Louis Ferdinand Celine, medico; Harper Lee, impiegata in una compagnia aerea; Italo Svevo, impiegato commerciale. Winston Churchill (premio Nobel per la letteratura), politico e statista inglese.

La lista potrebbe continuare, ma il senso e' ormai chiaro. La loro produzione letteraria e' contraddistinta da capacita' innovative linguistiche e stilistiche unite ad un rigore formale frutto di una costante ed attenta opera di revisione e affinamento, qualita' che non hanno tuttavia tenuto questi autori lontani da uffici, fabbriche e cantieri, luoghi divenuti, anzi, l'oggetto e il teatro di alcune delle loro opere (La chiave a stella di Primo Levi, ad esempio).

Non sono un critico poiche' mi mancano i titoli e la cultura. Sono solo un lettore. E, da lettore, posso solo auspicare ed augurare al caro Lazare che l'immaturo tentativo di oggi sia, domani, un testo completo, suggestivo, coinvolgente, toccante.

Prendiamoci sul serio, se vogliamo fare sul serio. Altrimenti, un blog e' piu' che sufficiente.

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Ringrazio di cuore Lazare e Lorenzo per aver partecipato con pazienza e impegno a questo dibattito.

PS: il presente testo difetta, ahime', di un corretto uso degli accenti. La tastiera del mio laptop non ne e' dotata.

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12 febbraio 2009

Presentazione del libro "Automobili e film" a Torino.

Sabato 14 Andrea Denini presentera' il suo libro Automobili e film nella storia del cinema americano presso Automotoretro al Lingotto Fiere di Torino.

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30 gennaio 2009

Lazare Vittone, In fuga dalla data-room.

Lazare Vittone, avvocato genovese di nascita e milanese d'adozione, esordisce nel mondo della narrativa con un romanzo breve, In fuga dalla data-room, pubblicato (o stampato?) dalle Edizioni Creativa di Gianluca Ferrara.

Ho ricevuto in dono questo libro con immenso piacere perché, per il mio passato di anti-editore, accolgo sempre con entusiasmo le opere di narratori esordienti. Ho deciso quindi di leggerlo senza interruzioni e con grande attenzione, approfittando di un volo transoceanico.

Ammetto che una prima occhiata all'involucro, alla forma, al parallelepipedo cartaceo, mi hanno ha lasciato un po' perplesso, a principiare dalla quarta di copertina il cui testo è scritto in carattere Times, con alcuni errori di spaziatura tra le parole, con un effetto di scarsa cura, poco coerente con la scelta forte del formato libro.

Veniamo alla trama, ricca di richiami autobiografici. Alessandro Meravigli è un giovane avvocato d'affari -- genovese trapiantato a Milano -- che trascorre la propria vita la tra riunioni, due diligence, fusioni societarie, aperitivi e chat su social network che, neanche a dirlo, si concludono sempre tra le lenzuola. Ma Alessandro è anche un esprit de finesse intrappolato in un ruolo che non gli consente di esprimere una vena creativa ed artistica. Da qui la decisione di diminuire progressivamente gli impegni professionali per aprire una piccola galleria d'arte, uno spazio espositivo per giovani talenti.

L'idea, non sgradevole sebbene poco originale, è sminuita da una prosa frettolosa, da un impianto narrativo non privo di approssimazioni, in cui non manca anche un errore piuttosto evidente: Alessandro si reca da una vicina di casa per affittare un piccolo spazio espositivo; l'affare sembra concluso, ma nelle pagine seguenti se ne perde traccia, tanto che il protagonista cercherà un altro locale avvalendosi di un'agente immobiliare (con cui finirà invariabilmente a letto).

Non si salvano nemmeno i dialoghi, privi non tanto della grazia di un Salinger o un Hemingway -- ci mancherebbe -- ma di un uso corretto della punteggiatura, ed affetti sovente da un registro eccessivamente colloquiale, a scapito dell'eleganza stilistica.

Il peggio viene, ahimé, verso la fine. Vittone concentra nell'ultimo capitolo l'epilogo, le riflessioni personali e, quasi cinematograficamente, i titoli di coda e il come è andata a finire?. Ma arriva in fondo col fiato corto, con l'ansia di dire tanto, il piu' possibile. Parole che avevano fretta di uscire dalla bocca, dalla penna e dal cassetto.

Un vero peccato. Senza scomodare Gadda o invocare nostalgicamente un labor limae (termine che suona pure un po' sorpassato nei giorni di Facebook, di Twitter e dei blog), resta da chiedersi come e quanto In fuga dalla data-room avrebbe beneficiato di una revisione piu' scrupolosa e critica e, forse, di un autore meno innamorato della propria idea.


Autore: Lazare Vittone
ISBN: 978-88-89841-34-1
Edizioni Creativa, 2008

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07 settembre 2008

Daniele Ganser, Gli eserciti segreti della NATO.

Ho quasi terminato questo importante saggio scritto dallo storico svizzero Daniele Ganser, esperto di storia contemporanea, geopolitica e servizi segreti. Gli Eserciti Segreti è uno strumento insostituibile nello studio degli equilibri atlantici e della storia dell'Europa postbellica, teatro di una guerra silenziosa tra alleanza atlantica e blocco comunista.

Come noto, in seguito alle dichiarazioni rese nel 1990 dall'on. Andreotti sull'organizzazione stay behind Gladio, fu possibile accertare che in Italia e in tutti i paesi europei aderenti alla NATO o sotto la sua influenza furono organizzate, addestrate e sovvenzionate strutture militari parallele e coperte dal più stretto riserbo, allo scopo di difendere le istituzioni dalla minaccia interna ed esterna del comunismo con mezzi propri della resistenza armata, della guerriglia, della guerra non convenzionale.

Tuttavia, come descritto in altri volumi di cui si dà breve notizia in questa sezione del sito, in moltissimi casi tali organizzazioni clandestine hanno agito ben oltre gli scopi previsti ed i compiti istituzionali adottando, invece, comportamenti aggressivi e illeciti sfociati sovente in odiosi atti criminosi, talvolta addebitati alla sinistra extra parlamentare e agli ambienti anarco-insurrezionalisti, volti a creare un clima generale di tensione che avrebbe favorito l'instaurarsi di regimi autoritari come i tre colpi d stato progettati in Italia dal 1964 al 1974.

Ganser, con rigore scientifico, ricostruisce la complessa storia dell'Europa che è, in eraltà, una storia fatte di tante, intricate e correlate storie: quelle dei Paesi europei. Che, con risvolti diversi ma obiettivi simili, si sono affidati all'incontenibile influenza degli USA per dotarsi di apparati segreti attivi a contrastare la diffusione del comunismo.

Da un punto di vista storico e geopolitico, è possibile ripensare con distacco scientifico alla situazione politica e miliare dell'Europa postbellica e alla contrapposizione tra blocco sovietico, i cui confini arrivavano a Berlino est, e influenza USA, con confini decisamente più sfumati. Il successo elettorale, in Paesi sotto l'influenza atlantica (Italia e Francia in testa), di partiti comunisti idealmente e sostanzialmente legati al PCUS, poteva costituire un elemento per il mutamento di equilibri est-ovest frutto dei negoziati di Yalta, agevolare una diffusione del comunismo sovietico e indebolire l'influenza americana.

In quest'ottica, la creazione di strumenti e apparati clandestini in funzione anticomunista apparirebbe giustificata per preservare un assetto istituzionale liberale, democratico, parlamentare, pluralista.

I fatti, raccolti e documentati da Ganser, dimostrano che tali strutture, ben radicate in Italia, Belgio, Austria, Francia e anche nella neutrale Svizzera, operarono al di fuori dei loro confini entrando in un pericoloso in quel cono d'ombra dove la linea di demarcazione tra Stato e anti Stato diventa sottile e a tratti invisibile, una zona grigia animata da zelanti ufficiali, nostalgici dei tempi che furono, massoni influenti, manovali del crimine, attivisti chiacchierati, imprenditori dal portafogli gonfio, barbe finte e politici fin troppo pragmatici, tutti impegnati a tessere le fitte ed occulte trame di un disegno che di legittimo, costituzionale e democratico ha finito per avere ben poco.

Dalla consueto ad excludendum alle stragi di stato impunite, dai poteri forti delle logge massoniche alle bande armate, dai campi di addestramento ai centri di detenzione per gli enucleandi: moltissimi ed inquietanti i tratti e le vicende comuni ai Paesi europei dal dopoguerra alla caduta dei regimi comunisti quando, scampato pericolo, sono venuti meno le strutture clandestine e il patto di segretezza.

Se da un lato è corretto affermare che la posta in gioco - altissima - era il dominio del mondo occidentale e che ciascuna parte ha agito nel proprio interesse, la lettura di Gli Eserciti Segreti della NATO può darci un'altra chiave di lettura, altrettanto plausibile, della storia contemporanea europea: per quarant'anni, i cittadini europei sono stati all'oscuro dell'esistenza di strutture governative paramilitari finanziate con denaro pubblico (e, sia detto, con cospicui e costanti aiuti di agenzie del governo americano) costituite per raccogliere in modo illegittimo informazioni su migliaia di cittadini, contrastare con la forza il risultato di legittime consultazioni elettorali, arruolare tra le proprie fila elementi dell'eversione armata di destra, compiere azioni violente e criminose, e progettare drammatiche trasformazioni in senso autoritario di istituzioni democratiche e parlamentari.

La ricostruzione puntuale ed efficace degli avvenimenti nei singoli Paesi contribuisce a chiarire il quadro complessivo delle tante Gladio clandestine operative fino a tempi recenti, facenti capo a uffici centralizzati e caratterizzate da metodi, ordinamenti e strategie simili.

Gli Eserciti Segreti della NATO è pertanto un testo importante di lettura e consultazione da affiancare agli altri saggi che stiamo prendendo in esame e per osservare dall'alto l'evoluzione degli equilibri atlantici nel vecchio continente. Da segnalare la prefazione di Giuseppe De Lutiis, massimo esperto italiano di servizi segreti.

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Daniele Ganser, Gli Eserciti Segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi Roma, 2005, 449 pagine, ISBN 8881126389

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23 agosto 2008

Fulvio Martini, Nome in codice: Ulisse.

Acquistai e lessi questo libro anni fa, diciamo nel 2001, incuriosito dalla sinossi in quarta copertina e attirato dalla biografia dell'autore, sebbene mi infastidisse il titolo emerito, ma in bella evidenza, di Ammiraglio. Paura di non essere riconosciuto tra gli scaffali?

Già dall'introduzione di Andreotti - una confuso intervento apologetico - e dalle primissime pagine del testo, la delusione aveva preso il posto dell'iniziale entusiasmo. Ne ebbi conferma durante la lettura di questo noioso, autoreferenziale ed inutile amarcord. Perché, si sa, ci sono poche cose tediose quanto le memorie (parziali e incomplete) di un pensionato che scrive di sé e del proprio glorioso (si fa per dire) passato.

Dal punto di vista storiografico, documentale e scientifico, questo volume non ha alcun valore in quanto non contestualizza (se non con espressioni da bar del tipo al tempo c'erano i russi e gli americani) le vicende narrate né propone una esposizione organica degli equilibri politico-militari che fanno sfondo alle missioni di cui è stato protagonista. Ma, sopratutto, non fa menzione alcuna a ruoli, responsabilità e coinvolgimenti nell'organizzazione della struttura clandestina stay-behind (Gladio), attività per la quale Martini insieme ad altri ufficiali è stato imputato, processato ed ovviamente assolto (ci mancherebbe altro).

Non è quindi un libro utile né tantomeno scritto bene ma lo inserisco nel mio percorso Trame occulte a puro riferimento bibliografico.

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22 agosto 2008

Camillo Arcuri, Colpo di Stato.



Arcuri ha aspettato trent'anni per vuotare il sacco. Ha dovuto tenersi dentro a lungo un segreto grosso così, di quei segreti per i quali non è difficile lasciarci le penne per il gran numero di nomi, interessi ed equilibri.

Con Colpo di stato, l'autore può finalmente liberarsi di un peso. Perché la notizia, giuntagli 30 anni fa in forma confidenziale, era di quelle esplosive: qualcuno stava per organizzare un'azione volta a mutare profondamente gli equilibri istituzionali del Paese. In parole povere: un colpo di stato.

Ed è il golpe dell'Immacolata o del principe nero o golpe Borghese di cui Arcuri viene a conoscenza, un'azione militare voluta e guidata da Junio Valerio Borghese, il comandante della a X flottiglia MAS della Repubblica sociale, un manipolo di irriducibili fascisti assoldati con il denaro della grande industria e spalleggiati da eminenze grige ben radicate negli ambienti della massoneria deviata, dell'esercito, dei servizi.

Arcuri ricostruisce la genesi del golpe, ne descrive l'organizzazione, la messa in opera fino al misterioso contrordine per il quale nessuno, in quella piovosa notte romana, si rese conto che stava per essere sovvertito l'ordine istituzionale, democratico, repubblicano. Sullo sfondo altri misteri che si intrecciano nella storia italiana: la P2, il SID parallelo, i poteri forti dell'alleanza atlantica, i delicati equilibri medio orientali e del commercio del petrolio durante l'Italia del boom economico. Interessanti e pertinenti le riflessioni sulla morte di De Mattei.

Colpo di stato è un libro interessante e ben documentato, scritto tuttavia con uno stile poco accattivante e monotono. E' una lettura breve, ideale per chi vuole farsi un'idea dei segreti di pulcinella della prima repubblica.

Camillo Arcuri è anche autore di Sragione di stato, di cui scriverò a breve.

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20 agosto 2008

Gianni Flamini, L'Italia dei colpi di stato.

Ho appena terminato questa appassionante e impegnativa lettura che affronta il tema, sconosciuto ai più, specialmente tra i giovani, dei tentativi di sovversione delle istituzioni democratiche nel nostro Paese.

Considero questo libro un capolavoro straordinario ed un documento indispensabile nello scaffale di un cittadino. Vediamo perché.

Gianni Flamini, giornalista, scrittore, già autore di un saggio sulla banda della Magliana, ha tre grandi pregi che raramente si riscontrano contemporaneamente:

- primo, è un ricercatore scrupoloso e obiettivo: quando si tratta di tirare le orecchie a burattinai e burattini, soldati di ventura e ideologi sanguinari, non fa distinzioni tra destra, sinistra, centro e vile pecunia;
- secondo, con onestà e coraggio snocciola un elenco impressionante di nomi e cognomi, luoghi, dettagli, testimonianze, episodi, azioni e trascorsi che mettono con le spalle al muro almeno tre generazioni di galantuomini che, dagli anni 60, si sono impegnati anima e corpo a dare all'Italia un'impronta quantomeno di presidenzialismo forte se non addirittura di autoritarismo;
- terzo, Flamini scrive dannatamente bene: ha un humour sprezzante e sarcastico, una prosa eloquente, uno stile giornalistico che appassiona e coinvolge come un romanzo. Non passa pagina senza una battuta salace, una metafora colorita, un commento pungente.

Flamini è un esperto di trame occulte davvero della prima ora: in pochi hanno scritto di un colpo di stato nel 1971, pochi mesi dopo che questo fosse messo in atto. In pochi ne scrivono tuttora, come se non ci fosse nulla di particolarmente preoccupante nell'aver nutrito per quarant'anni un nido di serpi sempre pronte a girare la testa e mordere la mano. Onore al merito.

Con L'Italia dei colpi di stato, l'autore ripercorre le tre grandi stagioni eversive della storia repubblicana, dal piano solo di De Lorenzo al golpe bianco di Edgardo Sogno. E siccome l'Italia è un Paese tremendamente complicato, Flamini svolge con successo il non facile compito di ricostruire le oscure vicende e gli intrighi più loschi che hanno avuto per protagonisti varie eminenze grigie, molti di casa nostra e alcuni provenienti da oltreoceano, senza trascurare le fratellanze -- più o meno segrete -- sempre a caccia di proseliti tra militari, barbe finte, industriali danarosi e politici non proprio incorruttibili.

Si conclude questa magnifica lettura con un senso di sgomento per l'impunità riservata a tanti e tali criminali, e di vergogna profonda per questa sorte di anestesia generale che sembra scorrere nelle vene degli italiani, inerti e indifferenti di fronte al pericolo reale di trovarsi, una mattina, dalla padella di una democrazia bloccata, corrotta e inefficiente, alla brace di un regime neofascista, plutocratico, militare e autoritario.

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14 giugno 2008

Ian McEwan, Chesil beach/2




Quasi dispiaciuto per la recensione negativa che avevo scritto su questo romanzo breve e nel timore di aver formulato un giudizio superficiale frutto di una lettura non meticolosa, ho deciso di rileggerlo. Mi sono soffermato sulle parti che meno mi avevano persuaso, specialmente sui brevi flashback descrittivi che l'Autore inserisce ogni tanto per farci capire, dato l'esile corpo di questo testo, qualcosa in più dei protagonisti, delle loro vite. Una sorta di quadro psicosociologico al fine di meglio contestualizzare le loro esistenze nella società anglosassone dei primi anni 60.
Ebbene, dopo questa seconda lettura, vorrei riformulare il mio giudizio.
Questo libero è una inutile vaccata. Prima era solo una vaccata.
Devo anche mettere il voto in stelline? Aspetta che lo cerco. No, c'è solo il pollice. Eccolo qui:

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13 giugno 2008

La piccola biblioteca delle trame occulte.

L'emblema dell'organizzazione segreta stay behind Gladio

Da qualche mese sto cullando un'idea abbastanza ambiziosa: realizzare una bibliografia ragionata, commentata e critica dei saggi in tema di equilibri atlantici, massoneria e servizi deviati, strutture stay behind.

I tre argomenti - per citare solo questi, ma ve ne sarebbero alcuni altri meritevoli di menzione - hanno molti collegamenti, vicende e personaggi in comune.

Da quando ho iniziato ad interessarmi di trame occulte, il che si perde nella notte del 1990, praticamente all'indomani delle dichiarazioni del sen. Giulio Andreotti sull'esistenza di Gladio, ho acquistato, reperito e letto una quantità consistente di documenti e saggi (alcuni mancano ancora all'appello), spendendo molto tempo tra scaffali di librerie, ricerche in Internet, consultazioni bibliografiche .

Non essendo un ricercatore di storia, ho faticato non poco a scovare, nel mare magnum delle pubblicazioni di carattere storico-politico, libri che trattassero questi argomenti; mi sono imbattuto in lavori di grande valore scientifico-documentale ma anche di pubblicazioni dal contenuto scadente, approssimativo o, peggio, difficilmente verificabile (per non dire falso).

Da questa fatica è nata l'idea di mettere a disposizione dei lettori un compendio, il più obiettivo possibile, per orientarsi nella letteratura scientifica che affronta gli aspetti meno noti (e spesso torbidi) della storia italiana del dopoguerra.

Facendo tutt'altro lavoro nella vita, non posso permettermi di impormi un termine temporale, anche perché la lettura di molti di questi saggi è impegnativa e richiede tempo e concentrazione.

Inizierò con un compito facile: stilare l'elenco delle opere attualmente in mio possesso compilandone la relativa scheda. Vorrei quindi proseguire con una classificazione delle opere per argomento (ancora da stabilire con precisione) e fornire per ogni opera sinossi, commento, punti di forza, collegamenti con altri testi.

Vorrei mettere in chiaro da subito che non ho la la pretesa di rubare il lavoro agli storici e agli scienziati politici (benché su quest'ultimo mestiere qualche titolo ce l'avrei) né tanto meno di scrivere un saggio sull'argomento: non è il mio scopo, non ne avrei le capacità.

Potrei già ritenermi soddisfatto se questo lavoro permettesse ai lettori appassionati degli aspetti misteriosi della cronaca e della storia, di risparmiare un po' del tempo che mi è occorso per capirci qualcosa (non tutto, eh).

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10 giugno 2008

Ian McEwan, Chesil beach


Ian McEwan, Chesil beach

Tra un saggio e l'altro ho letto l'ultimo del mio paladino McEwan.
Mettiamo subito le cose in chiaro. Questo libero è una vaccata. Sono 140 pagine o giù di lì ma 20 sarebbero state sufficienti. O anche una presentazione in powerpoint. Sinossi: Inghilterra, primi anni 60, uno sposa una e scopre che a lei fa schifo il sesso. Fine.
Benissimo. Cos'era, un'edizione ridotta della Storia della società inglese? Un Non vedo l'ora che arrivi il 68? Mistero.
Alla quarta ripetizione della frase "spostando un capello immaginario" (una rappresentazione descrittiva dell'imbarazzo di uno dei protagonisti) ho capito che ne avevo avuto abbastanza.
Piatto, superficiale, pure un po' svogliato, questo libretto butta fango sui capolavori di McEwan, come Cani neri e il Giardino di cemento, che ho letto e amato moltissimo.
Peccato.

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08 giugno 2008

Antonella Beccaria, Uno bianca e trame nere

Ho appena concluso il saggio Uno bianca e trame nere, di Antonella Beccaria (Stampa Alternativa, 2007), una lettura breve ma non per questo priva di complessità. L'autrice,
cui va riconosciuto il merito di aver raccolto ed elaborato una quantità notevole di testimonianze, notizie, atti e articoli, cerca di far luce su uno dei più inquietanti misteri della cronaca italiana.

Le rapine della banda della Uno bianca, i cui membri erano cinque poliziotti e un camionista, passano dai caselli autostradali alle banche ai supermercati, con azioni rapide e feroci, senza incertezze. Per anni risulteranno imprendibili, insospettabili. Fino a che altri due poliziotti, grazie ad un buon lavoro investigativo o a una soffiata, cominciarono a capire che i banditi andavano cercati in Questura, tra le facce dei loro colleghi.

Fin qui la cronaca. Ma c'è anche la famosa domanda che venne posta a Roberto Savi: "Che cosa c'è dietro la Uno bianca?" "Dietro la Uno bianca - rispose Savi - ci sono la targa, i fanali e il paraurti".

La risposta non ha convinto tutti e, ovviamente, nemmeno l'autrice.

Come suggerisce il titolo, il volume presenta l'ipotesi secondo la quale la banda della Uno bianca fosse qualcosa di più di un semplice gruppo di malavitosi dediti alle rapine e agli omicidi e che, in particolare, fosse legata ad ambienti della destra eversiva, dei cosiddetti servizi deviati, di organizzazioni stay behind e, infine, di una quinta colonna della criminalità organizzata di stampo mafioso.

Si delinea così l'ipotesi suggestiva di una banda armata organizzata militarmente e dedita a seminare terrore e morte, un manipolo di uomini espressione ed emanazione di un potere forte ed occulto, impegnato a mantenere un equilibrio e a contrastare l'ascesa di forze politiche comuniste o filocomuniste.

Un'azione terroristica volta a creare e mantenere un clima simile a quello che la strategia della tensione aveva provocato anni prima con le tante e irrisolte stragi degli innocenti? Un continuum di azioni efferate che sembravano godere, se non di una connivenza, di una certa protezione da parte delle istituzioni che per prime avrebbero dovuto indagare, scoprire, punire?

Uno bianca e trame nere non offre tuttavia la risposta univoca e definitiva all'interrogativo "Che cosa c'è dietro la Uno bianca?" Offre molte notizie, collegamenti, spiegazioni di avvenimenti complessi, ma non la risposta certa. E forse questo è il suo pregio, l'indice della serietà di questa scrittrice che non si innamora della propria tesi né cede alle facili soluzioni dei "servizi segreti deviati".

Tanto che alle ultime pagine del libro si finisce con l'essere persuasi dalle sardoniche parole di Savi: la targa, il paraurti. Una compagine di balordi , vigliacchi e assassini cresciuti in seno alle istituzioni che uccidevano e depredavano per pagare qualche debito arretrato, permettersi un lusso e sfogare istinti repressi di violenza e di morte.

Il difetto del volume, se così si può dire, di questo saggio è la mancanza di un profilo approfondito (biografia, esperienze, stato di servizio) dei componenti della banda: ad esempio, Eva Mikula, figura comunque centrale in questa storia, appare solo nelle ultime pagine e di lei è fornita una descrizione sommaria che lascia molti interrogativi.

Si tratta comunque di una lettura consigliata per chi vuole ricordare e riflettere su uno dei periodi più bui della storia recente.

Il libro, pubblicato (finalmente) con licenza Creative Commons, può essere acquistato in libreria o scaricato gratuitamente.

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30 aprile 2008

Piero Abrate, Il Piemonte del crimine. Storie maledette


Anche se nella sezione Sto leggendo qui a destra continua a capeggiare l'intramontabile Hemingway, nel frattempo ho letto qualche altro libro.

Questa raccolta di delitti scritta dal cronista Piero Abrate è di un certo interesse: un'antologia dettagliata e molto ben documentata di 23 efferati crimini commessi in Piemonte (uno nel 1835, tutti gli altri in anni più recenti) e catalogati nelle sezioni “Trasgressione e morte”, “Parenti serpenti” e “Serial killer”.

L'autore ha svolto un lavoro meticoloso di ricerca e le testimonianze sono arricchite da un linguaggio scorrevole e, spesso, da qualche considerazione sull'ambiente, il periodo e le caratteristiche politiche e sociali che hanno fatto da sfondo ai crimini.

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21 aprile 2008

Andrea Denini, Automobili e film nella storia del cinema americano.


Se leggete questo blog, e io so che lo leggete, dovete fidarvi di me. Ciecamente. Fatelo. Non importa se vi piace il cinema o le automobili o nessuna delle due cose.
Fidatevi di me. Andate in libreria.

Dovete comprare questo libro scritto da Andrea Denini. Si chiama Automobili e film nella storia del cinema americano ed è probabilmente il più completo, dettagliato e autorevole saggio sul più grande mito che Hollywood ha costruito: l'automobile.

Il dottor Denini ha dedicato gli ultimi vent'anni a raccogliere materiale, testimonianze e riflessioni sul ruolo delle macchine viste in quel fascio di luce che taglia il buio delle sale cinematografiche e che, da sempre, ci affascina, ci ammalia, ci fa sognare.

Ho assistito personalmente ad una parte della lunga gestazione di questo fondamentale saggio, e sono rimasto ammirato dalla competenza e dallo straordinario archivio mnemonico fatto di rumori di scarico, fotogrammi, schemi di sospensioni, piani americani, incidenti, modelli, attori, comparse, pistoni.

Ma Denini non è solo un brillante, appassionato e metodico scrittore: è un esperto meccanico, un bravo pilota e un fedele servitore dell'industria del cinema. Automobili e film non poteva avere un padre migliore. Dello stesso autore, è giusto dirlo, potete leggere e consultare anche l'essenziale guida Liguria, edizioni Le Tracce (Touring Club Italiano), la più aggiornata e ragionata guida turistica su questa regione.

Ecco la scheda di Automobili e film. Leggetelo. Aspetto i vostri commenti.

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19 febbraio 2008

Mi citano in una tesi.

Son cose che fan piacere.

Nelle scorse settimane mi ha scritto una studentessa di Urbino. A marzo discuterà una tesi in Letteratura tedesca su un tal Marius von Mayenburg.

Io non ho la minima idea di chi sia questo sig. Marius ma a quanto pare la brillante studentessa ha trovato interessante quanto ho scritto sul romanzo Il giardino di cemento di Ian McEwan, uno dei pochi scrittori contemporanei a infrangere il tabù dell'incesto, trattato anche nell'opera Feuergesicht di von Mayenburg.

Così, nella tesi di laurea, appariranno queste mie parole:
Eppure in questo libro non ci sono buoni né cattivi. Ci sono degli innocenti che, privi di qualunque guida morale e spirituale e senza limiti e regole, intraprendono un tortuoso percorso per definire la propria identità di ruolo e di genere, per fare conoscenza del proprio corpo, per sopravvivere...
corredate di nome cognome e indirizzo del mio blog in bibliografia.

Appunto, son cose che fan piacere. Molto piacere, visto che durante i tre magnifici anni di lavoro che ho regalato all'Università di Genova, non ho mai ricevuto una email con scritto: ciao, sono un tuo collega, sto per partecipare al concorso per ricercatore da cui ti hanno detto di stare alla larga, ti spiace se scopiazzo la tua tesi e ottengo il posto mentre tu continui a lavorare gratis?

Vabbe', niente polemiche, e in bocca al lupo alla laureanda.

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18 agosto 2007

Chaim Potok, Danny l'eletto.

Più di dieci anni fa lessi, dello stesso autore, La scelta di Reuven, onestissimo e piacevole romanzo sull'amicizia di due ragazzi ebrei ortodossi newyorchesi. Ma Danny l'eletto, che lo precede di qualche anno, è decisamente inferiore dal punto di vista della qualità narrativa e della storia narrata, spesso molto banale e insignificante: non è un bel libro sull'amicizia né sull'ebraismo, non affronta con profondità la shoa né tanto meno il pensiero sionista o la nascita dello stato di Israele.
Le dispute talmudiche e lo studio della torah, che tanto mi parsero affascinanti ne La scelta, qui sono sfoggio di erudizione e, anzi, mostrano il lato più inquietante dell'ortodossia chassidica.
In definitiva, un racconto che, da solo, fa ben poca strada ma porta, per fortuna, al secondo (e decisamente migliore) capitolo della saga di Danny e Reuven.

Chaim Potok, Danny l'eletto
Gli Elefanti Narrativa
357 pagine
€ 10.00
ISBN 881168522-2

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09 agosto 2007

Ian McEwan, L'inventore di sogni.

Comprato per errore e per fretta, L'inventore di sogni si è rivelato comunque un libretto gradevole. E' una raccolta di fiabe per bambini (e io tuttora leggo le fiabe) che hanno per protagonista Peter Fortune, un ragazzino di undici anni con una famiglia come tante e una casa in un non identificato sobborgo inglese.
Ci sono i sogni e le fantasie di ogni bambino (dalla pomata per diventare invisibili alla rivincita sul compagno violento), ma non mancano le paure tipiche dell'età (la morte, la solitudine) e l'incomunicabilità con il mondo degli adulti (i grandi).
Sia chiaro, non è un capolavoro né una grande innovazione a livello di plot e registro narrativo, ma piuttosto un'onesta lettura per l'infanzia. D'altronde io parto con il pregiudizio di chi, alle elementari )e alle medie, al liceo...) ha letto e riletto le fiabe di Rodari, maestro incontrastato nella letteratura per l'infanzia. Leggendo L'inventore, viene da pensare che anche il signor McEwan abbia fatto queste letture, tante sono le similitudini di contenuto e forma.

Ian McEwan, L'inventore di sogni. Einaudi, Torino, 1994, I coralli 16 , Isbn 88-06-13578-3

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25 luglio 2007

Capire la Cina.

L'amico Marco Wong segnala che sta per dare alla stampa un libro che si preannuncia molto interessante e utile a chi desidera capire meglio il fenomeno cinese.
Nel suo blog è anche possibile scaricare un estratto in anteprima.

Marco Wong, La Cina attraverso la stampa. Lezioni di cinese attraverso i giornali.

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29 marzo 2007

John O'Brien, Via da Las Vegas.

Per la serie I migliori libri della mia vita (fino a qui), vorrei scrivere qualche riga su questo strano romanzo che mi ha accompagnato in più momenti della mia vita.

La prima cosa che colpisce è la biografia dell'autore, di certo non un tipo allegro. Immaginate un aspirante scrittore, a cui, dopo mille rifiuti, un editore pubblica un libro e una major di Hollywood acquista i diritti per farne un film. Bene: che cosa farà questo ragazzo? Organizzerà una festa con gli amici, comprerà un'auto di lusso o si concederà una vacanza?
Nulla di tutto ciò.
John O'Brien, dopo aver realizzato il suo sogno, il sogno di ogni giovane aspirante scrittore, si suicida.
Ecco: questo è l'autore di Via da Las Vegas.

Dimentichiamo per un attimo il film diretto da Mike Figgis (piano: le musiche -- jazz molto cool e fumoso -- scritte da Figgis sono indimenticabili. La performance di Nicholas "monoespressione" Cage un po' meno. Andiamo oltre) e rimaniamo sulle pagine di carta della bella edizione Feltrinelli.

Via da Las Vegas non ha speranza. Non ne ha un briciolo. Il titolo andrebbe cambiato in Via da Tutto. Perché il protagonista a Las Vegas ci va per bere fino a morire, deliberatamente. È una scelta: non è che finisce nel tunnel dell'alcolismo e prova a smettere. Macché. Vende le sue cose costose, si trasferisce in un motel sullo strip e vaga di bar in bar, perseguendo metodicamente il compito di distruggersi. Conosce una prostituta (che ne passa di tutti i colori), e fanno proprio una bella coppia: un ubriaco e una puttana, nella luce artificiale dei bar di Vegas o sotto il sole impietoso del deserto. Perché Vegas è questo: un giocattolone colorato e senza amore, buttato in mezzo a un deserto di sabbia, pietre, polvere. Lo sfondo perfetto.

Nessuna speranza, quindi. Né per i protagonisti né, sembra, per quel genere umano che si ostina a sfruttare i reietti e ad allontanarli quando non servono più, cercando di scacciarli dalla mente perché rappresentano la parte oscura di sé, quella che non si vuole accettare.

La storia finisce male, o benissimo, a seconda dei punti di vista e delle aspettative del lettore. Le mie, all'ultima pagina, erano pienamente soddisfatte. Le vostre non so.

John O'Brien non scriverà un altro libro, da dentro la sua cassa di pino. Ed è un bene -- che non ne scriva altri, non che sia defunto. Perché quando uno scrittore arriva così in alto, può solo scendere lentamente o precipitare.

John è rimasto in alto.

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20 marzo 2007

Jay McInerney, Le mille luci di New York.

Per la serie I migliori libri della mia vita (fino a qui), oggi vorrei scrivere qualche appunto su un romanzo che letto e regalato e poi riletto. Si tratta de Le mille luci di New York (1984) * di Jay McInerney.

Tempo fa ne è stato tratto anche un film diretto da James Bridges che ha dato a Michael J. Fox il ruolo da protagonista. Non indimenticabile.

Ma torniamo al libro.
Jamie voleva fare lo scrittore e invece si accontenta di un lavoro da redattore in una rivista. Jamie ha amato una donna, una modella cresciuta in campagna a cui fa conoscere le bright lights di New York. Ma lei non gli rende la cortesia, e lo lascia solo. Così Jamie affoga il dolore nell'alcool e nella coca.

Trama banale? Può darsi. Quanti uomini persi in un bicchiere sono stati raccontati nella storia della letteratura? Tuttavia Le mille luci è un piccolo tesoro da scoprire pagina per pagina.
Innanzitutto, il registro narrativo. Gran parte delle riflessioni amare di Jamie sono scritte in seconda persona. Scorrendo l'apparentemente inarrestabile caudta verso il basso di questo brillante ragazzo di NY, mi sentivo coinvolto, protagonista, seduto su uno sgabello davanti all'ennesimo cocktail alle 3 del mattino, frustrato di un lavoro diverso dai miei sogni, disperato per l'abbandono di una donna che avevo amato e curato come un fiore e che, un bel mattino, se n'è volata via.

E di questo passo, in un crescendo di sconfitte e rivincite, notti agitate, donne e alcool, finché. Punto.
Sì, perché questo finché ha bisogno di uno spazio suo. Finché c'è una svolta. Finché scatta un meccanismo per cui bisogna risalire la china, a tutti i costi. Le mille luci è il racconto del ricominciare a vivere, del riprendere la propria esistenza tra le mani e dirsi pronti a ripartire da dove si era presa la strada sbagliata.

Le mille luci è stato un libro importante nella mia vita, nonostante le sue poche pagine e il film che l'ha superato in notorietà (ma non in qualità), perché in uno scaffale pieno di sconfitte e finali tragici, è sempre stato un piccolo, flebile raggio di luce.

Una speranza, se ci credi e se te la vuoi guadagnare, può esserci anche quando si toccato il fondo.

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14 marzo 2007

Ian McEwan, Il giardino di cemento.

Per la serie I migliori libri della mia vita (fino a qui), comincio con questo inquietante romanzo di McEwan.

Durante una torrida estate inglese, dato climatico che contribuisce a creare un'atmosfera pesante e morboso, quattro fratelli adolescenti che rimangono orfani: indifferenti alla morte del padre, pensano quindi di occultare il cadavere della madre, donna fragile e assente, in una colata di cemento.

La vita nella casa, sperduta in una squallida periferia, è ora affidata a Jack e Julie, i più cresciuti, che menano un'esistenza turbolenta e morbosa, dividendosi tra approcci incestuosi e atteggiamenti di sadismo, nell'indifferenza del mondo esterno. Un mondo, normalmente fatto di vicini, parenti, amici, istituzioni, che pare completamente assente o troppo impegnato per curarsi di quattro ragazzini allo sbando.
Il susseguirsi dei giorni è la ricerca empirica e dolorosa dell'identità sessuale, lo sfogo degli istinti in assenza di vincoli e costrizioni, la metafora dei rischi di una comunità senza regole.
Anziché cercare un aiuto dal mondo esterno, i ragazzi alzano un muro per difendersi da sguardi indiscreti.

Il giardino di cemento è una lettura ghiotta per gli affamati di atmosfere surreali e morbose: McEwan è ed è sempre stato bravissimo a descrivere lo stato d'animo e le fantasie dei bambino, anche quelle più recondite e spiazzanti. Il rapporto tra Jack e Julie sfocerà nell'incesto, mentre ai fratellini non lesinano giochi sadici e attenzioni pruriginose.

Eppure in questo libro non ci sono buoni né cattivi. Ci sono degli innocenti che, privi di qualunque guida morale e spirituale e senza limiti e regole, intraprendono un tortuoso percorso per definire la propria identità di ruolo e di genere, per fare conoscenza del proprio corpo, per sopravvivere.

Nel grande e desolato giardino di cemento, metafora dell'anomia del vivere contemporaneo, i ragazzini non commettono peccato né meritano condanne perché, lasciati soli, non sono in grado di distinguere il bene dal male, così come lo intendiamo secondo i canoni della morale cristiana o dell'autorità costituita.

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06 marzo 2007

I migliori libri della mia vita.

[Aggiornamenti]:
            • Ho sostituito l'immagine a sinistra perché il proprietario mi ha piantato un casino che non finiva più. Per pudore, risparmio il link al suo blog.
            • Ho inserito altri titoli nella lista. Adesso ho la certezza che non scriverò mai TUTTE le recensioni.
L'inizio di questo post è quanto meno presuntuoso. A 32 anni e con una cultura medio bassa, ci vuole una bella faccia tosta a parlare dei libri di una vita o, peggio ancora, di una selezione di essi. Ringraziando il cielo non ho le carte in regola per fare il critico letterario o più semplicemente per disquisire di scrittura (che è una porzione della letteratura): guadagnerei ancora meno del mio già magro stipendio.

La realtà è molto più semplice. Vorrei tenere traccia e memorizzare le mie riflessioni su quei libri, soprattutto narrativa, ma anche saggistica e in misura minore poesia, che hanno avuto un ruolo nel formarmi come lettore. C'è il rischio di banalizzare l'intento e finire con un becero Quali sono i dieci libri che mi porterei su un'isola deserta? Posso evitarlo, se ce la metto tutta.

Libri, si diceva. Libri che mi hanno fatto bene e che sono finiti troppo presto o al punto giusto o come desideravo. Guarda che è una gran fortuna, quando va così.
Perché si dovrebbe scrivere un post a parte su tutti quei libri che, per la loro manifesta bruttezza o per la loro irrecuperabile inutilità, non avrei mai voluto leggere. Una vera perdita di tempo.

Ma torniamo a quelli buoni. Adesso, il compito più difficile. Abbozzare l'elenco dei libri e - ma qui siamo nella fantascienza - scrivere un post per ogni libro.

Sto divagando. Ho qualche incertezza.
Per qualche strano motivo mi stanno venendo in mente i libri inutili prima di quelli memorabili. Alcuni libri sono divenuti inutili nel tempo, ovvero mentre acquisivo consapevolezza dello scrivere e del leggere. Penso, ad esempio, a molte cose di Kerouac. Letto diciamo tra la terza e la quinta liceo, Kerouac mi sembrava illuminante. Ma già allora stavo mentendo a me stesso. Mentre avanzavo con fatica (avevo molto tempo) tra le pagine de I vagabondi del Dharma o La città e la metropoli, mi rendevo conto che quei testi non sarebbero stati per me, adolescente nato e cresciuto in Italia, un'occasione di arricchimento cognitivo e morale. Era l'America degli anni 50, e vivaddio c'era il vecchio Jack a raccontarcela, ma non avevo riferimenti nel mio vissuto quotidiano tali da potermi immedesimare nei personaggi e vivere la storia da dentro. Sulla strada, sì: mi fece sognare, mi commosse, mi mise addosso la voglia di viaggiare per il gusto di farlo. Ecco, Sulla strada sarà uno dei titoli. Troppo scontato? Può darsi.

Ecco, ho divagato ancora. Ho parlato non troppo bene di Kerouac che se mi sente la Pivano si infuria. Dovevo scrivere dei libri edificanti per il mio spirito e ho cominciato con le critiche.
La tentazione di mettere in mezzo Coelho e il suo imbarazzante campionario da piazzista della religione, è forte. Ma me ne guardo bene.

E allora, dopo molte, troppe divagazioni, forse riesco ad arrivare all'elenco dei titoli.
Rullo di tamburi.
L'ultima premessa, lo giuro, ma è necessaria. Anzi, sembrerebbero due:
  1. Nell'elencare i titoli non seguirò alcun ordine, né alfabetico né cronologico né affettivo. Casuale.
  2. Quando e se ci riuscirò, dei libri non scriverò sinossi o critiche intelligenti o approfondimenti sui personaggi, ma solo quello che mi ricordo.

I migliori libri della mia vita (fino a qui).
Seguono aggiornamenti.

Il simbolo *, bontà mia, è un link all'opera (fonti varie). Editore, ISBN e altre menate ve le cercate voi.
  • Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960) *
  • Ian McEwan, Il giardino di cemento (1978) *
  • John O'Brien, Via da Las Vegas (1990) *
  • Josephine Hart, Il danno (1999) *
  • Chaim Potok, La scelta di Reuven (1987) *
  • Jay McInerney, Le mille luci di New York (1984) *
  • Heinrich Böll, Opinioni di un clown (1963) *
  • Michel Houellebecq, Piattaforma (2003) *
  • Gunter Grass, Il tamburo di latta (1959) *
  • Kary Mullis, Ballando nudi nei campi della mente (2000) *
  • Jack Kerouac, Sulla strada (1951) *
  • Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (1866) *
  • Joe R. Lansdale, Maneggiare con cura (2004) *
  • Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, (1932) *
  • Charles Bukowski, Compagno di sbronze (1967) *
  • Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (1889) *
  • Pierpaolo Pasolini, Ragazzi di vita (1955) *
  • Lyman Frank Baum, Il mago di Oz (1900) * *
  • Beppe Fenoglio, La malora (1954) *
  • Woody Allen, Saperla lunga (1971) *
E' un elenco soddisfacente ed esaustivo? Nemmeno per idea. Eppure è troppo lungo, e sono quasi sicuro che non riuscirò a scrivere altrettanti articoli.

E ora come lo chiudo, questo post?

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30 gennaio 2007

Joe R. Lansdale, Freddo a luglio.

Ieri notte ho finito questo romanzo di Lansdale, a metà strada tra un poliziesco e i miei ricordi dei vecchi Stephen King, che leggevo il pomeriggio nella casa dei miei.

Allora, com'è questo libro? Domanda difficile. Credo che la traduzione, non tanto nella scelta delle parole quanto nella resa dei dialoghi e delle atmosfere, non renda pienamente giustizia al plot, che di per sé è intrigante e non del tutto scontato.

La scrittura resta comunque scorrevole e si rimane coinvolti nella narrazione abbellita da quel grandissimo dono di Lansdale, la capacità di creare metafore irriverenti e tremendamente suggestive.

I personaggi sono ben tratteggiati, e ognuno ha il proprio ruolo: Richard il corniciaio sotratto alla propria vita routinaria, Jim Bob il detective privato dalla parlata rude e i modi spicci, Russell il galeotto in cerca di redenzione attraverso un finale catartico.

È nel complesso un racconto gradevole, senza alcuna pretesa artistica o didascalica: è poco più di una storia raccontata intorno al fuoco, ma intrattiene e coinvolge, senza fronzoli. E, cosa assai rara, è (presumibilmente, causa la traduzione) ben scritto, con lo stile asciutto e immediato di questo ragazzaccio del Texas.

Difficile e forzato il paragone con i Drive-in o con Maneggiare con cura: In Freddo a luglio, Lansdale sceglie la realtà, magari un po' amplificata da qualche scena splatter, ma tutto sommato roba buona per un telefim poliziesco. Insomma, da leggere per occupare piacevolmente 3-4 giorni.

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23 gennaio 2007

[Recensione] Joe R. Lansdale, La notte del Drive-in.

Un anno fa lessi l'antologia di racconti Maneggiare con cura, e mi scompisciai dalle risate. Lansdale, invero, riuscì anche a commuovermi e stupirmi, segno che la penna in mano la sa tenere. Ho iniziato qualche giorno fa La notte del Drive-in, che raccoglie le due novelle Drive-in e Drive-in 2 (i drive-in, non si fosse capito, sono una delle magnifiche ossessioni dello scrittore texano).
La notte è teoricamente un libro horror, e gli elementi ci dovrebbero essere tutti: mostri, cannibalismo, omicidi, pellicole assassine e pure i dinosauri. Tuttavia, gli elementi orrorifici sembrano più che altro un contorno folkloristico alle vicende dei protagonisti, che nulla hanno dell'eroe senza macchia e senza paura: anzi, ogni loro azione si rivela un fallimento, ogni loro tentativo coraggioso termina con fughe e spaventi. Sono personaggi intrappolati, invischiati, incollati in una brutta situazioni su cui non hanno alcun controllo. Ma daranno fondo alla loro fantasia per salvare, almeno, la pelle.
Se la prima parte scorre veloce come un ruscello in primavera, tra battute caustiche, caricature di bifolchi campagnoli e stigmatizzazione del razzismo, la seconda novella è un po' più lenta e troppo didascalica, con continui riferimenti al cinema e un'atmosfera troppo surreale per coinvolgere un lettore razionale come me.
Nel complesso La notte è un buon libro, forse privo di quei momenti indimenticabili che Maneggiare con cura mi aveva regalato, ma si legge con piacere perché non si prende mai sul serio, nemmeno nel finale, che l'autore inventa per canzonare gli happy end di tanta fiction nel genere horror.
A Lansdale riconosco due grandi doti: scrivere a ruota libera e con molta libertà; e la capacità di inventare metafore che riescono a descrivere una situazione complicata o uno stato d'animo difficile in una riga o poco più. N. Ammaniti, che firma la postfazione, arriva a dire che varrebbe la pena di imparare a leggere solo per leggere Lansdale. Magari includerei anche Proust e Céline e Saramago e qualcun altro. Ma tant'è, cannibale era, cannibale è rimasto.

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09 novembre 2006

Il muro, 17 anni fa.

9 novembre 1989.

Via, via da ogni retorica.
Per carità. E' già stato così difficile che ogni parola sbagliata rovinerebbe tutto.
Qui invece ci sono molte parole, e tutte al loro posto.

Ian McEwan, Cani neri
Einaudi 1994, pp. 185
ISBN 8806135031

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